Tiberino mi rispose con uno sbadiglio più lungo degli altri. — È gaia la pensata! — soggiunse Fabrizio, a mo' di commento.

— Orbene, — ripigliai, — se non vi talenta, andiamo a fare una passeggiata sui terrapieni, a veder l'erba novellina.

Sento un soave odor di fieno fresco — mormorò Battista. — Cercane un'altra.

— Eccola qui. Andiamo a passeggio tra Campetto, le Vigne e San Siro, a veder passare le belle signore che vanno attorno per fare incetta di nastri e di occhiate.

Passa la bella donna e par che dorma — mormorò Tito a sua volta. — Cercane un'altra.

— Orvia, signori, vi contento subito e vo a cercarla. Chi mi vuol bene mi segua. — E così dicendo, mi alzai. Gli altri, per un tratto, volevano menare in lungo lo scherzo, e sapere, prima di alzarsi, che cosa si sarebbe fatto; ma, veduto che io ero già presso l'uscio, ed anche perchè si annoiavano a star seduti, borbottando un pochettino contro la prepotenza, la tirannia, e simiglianti, si alzarono anch'essi.

Così, senza por tempo in mezzo, tutti e cinque ce ne andammo via dal Gran Corso, con molta soddisfazione di due colonnelli a riposo, i quali stavano ad un tavolino lì presso, aguzzandosi l'appetito con due sorsate di vermutte e una discussione strategica. Le nostre chiacchiere impedivano a quei due bravi veterani di far muovere i loro battaglioni; impacciavano la strada agli squadroni di cavalleria che essi scagliavano sull'inimico, con tutta la balda fierezza delle loro ricordanze.

A noi, per contro, il passo fu impedito, appena usciti che fummo sulla piazza, da una calca di gente, la quale si stringeva, sghignazzando ed urlando, intorno ad una macchina di forma insolita, che andava saltelloni su d'una carretta, tirata da un uomo; vi prego a crederlo, tirata da un uomo.

In quella che noi, afferrando pel ciuffo l'occasione di fermarci, stavamo a pensare che diamine fosse quel cassone sgangherato, l'uomo si fermò, si tolse la cinghia di sopra il petto, e fece per sedersi su d'uno sgabello che aveva portato tra mani, salutando dapprima, con grandi inchini, una frotta di monelli che gli si eran ficcati d'attorno, ai primi posti.

Le vesti del pover'uomo attestavano il passaggio di un numero sterminato d'inverni, tanto erano gualcite e in più luoghi malamente rattoppate. Il giubbone doveva essere stato di panno nero, ma era tutto una macchia tra il giallo, il verde e il lionato, senz'altra interruzione che quella degli stracci e delle toppe già dette. Un cappello alto di feltro, sebbene pieno di ammaccature e col pelo arruffato e rossiccio, una cravatta nera annodata a mo' di corda intorno a due solini di colore ambiguo, e un occhialino col cerchietto di corno, che gli pendeva dal collo, lo dimostravano un uomo d'assai, una specie di professore di greco, o di poeta estemporaneo in aspettativa. Aveva inoltre i capegli lunghi e rabbuffati come la tempesta, e, a giudicarne così alla grossa dalle rughe del volto, gli si sarebbe dato un cinquant'anni, quantunque fosse anche agevole argomentare che molti di quei solchi li avessero segnati i patimenti di una vita desolata e randagia.