Era bello o brutto? Dimanda alla quale io non saprei rispondere così sui due piedi, se mi venisse fatta dal benigno lettore. I lineamenti di quel volto erano guasti dalle rughe che ho detto, e da quella crosta arsiccia che il sole, la pioggia e gli altri malanni del firmamento appiccicano, in cambio della pelle consueta, sulla faccia dei poveri diavoli, per i quali non sono state inventate le abitazioni, nè i legni di posta, nè le strade ferrate. Cionondimeno, a guardarlo per bene, si notava una certa regolarità di contorni, con un paio d'occhi spaziosi e giustamente infossati. La barba aveva rada, breve ed incolta, e, per farla finita col ritratto, dirò che una bella elegante, di quelle che so io, avrebbe raccapricciato a vederselo tra i piedi, e un cagnolino di buon gusto, come sono in generale tutti i cagnolini da salotto, gli avrebbe abbaiato ai fianchi, e, tra il ribrezzo e la paura, non gli sarebbe parso disdicevole ai suoi natali, nè alle delicate consuetudini del suo muso, addentargli le gambe.

Non dico già questo per dar biasimo alle belle eleganti che so io, e ai cagnolini da salotto. Anche i cani da pagliaio e la gente dozzinale, solo che piglino l'uso delle città e si avvezzino agli splendori della vita, abbaiano dietro alla povertà; raccapricciano alla vista dei cenci, e non vogliono neppur aprir l'uscio di casa, quando i cenci sono per le scale. Questa è legge di equilibrio sociale; laonde, ad un volgo che sta in alto, risponde un volgo che sta sotto, e per contro la nobiltà del sentire, il culto del bello e del buono, il dispregio dei fronzoli e del princisbecco nelle usanze del vivere, si rinvengono in tutti gli ordini dell'umano consorzio.

Alcuni di questi pensieri, che mi vengono ora sotto la penna a farsi tingere d'inchiostro, mi giravano per la testa nel contemplare quel poveretto seduto davanti al suo cassone ambulante e fatto segno agli scherni dell'uditorio piazzesco.

— Largo al maestro! largo al Rossini! — gridavano, con quanto fiato s'avevano in corpo, certi garzoncelli in maniche di camicia, mentre con piglio burlesco facevano stare indietro i loro compagni della prima fila.

— Come c'entra il Rossini? — chiese Tiberino. E spinto dalla sua artistica curiosità, si ficcò dentro la calca, e noi dietro a lui, con aiuto di «la mi scusi» e di gomitate, fino a tanto che ci mettemmo in secondo ordine, per assistere al cominciamento dello spettacolo.

La carretta sosteneva, come dissi, un cassone di forma quadrilunga e irregolare, rivestito di assicelle di pino, fesse in molte parti, e tutte plasmate all'intorno di quella tinta cenerognola che suol darsi alle imposte e agli scurini delle finestre. Il pover uomo, che io pure chiamerò Rossini, sulla fede della moltitudine, lo diceva il suo pianoforte a coda; e di fatto, come l'ebbe aperto da un lato, apparve una sudicia tastiera, corrosa tanto dall'uso da poter raffigurare assai fedelmente una scala del Monte di Pietà.

Su quella tastiera il nostro Rossini pose allora due mani forse pulite un tempo e delicate, ma guaste oramai dalla fatica e dal gelo; poi, sollevando alle nuvole due occhi stralunati, come in atto di aspettare l'ispirazione del biondo Iddio, e componendo le labbra ad un grottesco sorriso, fe' scorrere quelle mani sui tasti, i quali sprigionarono un subisso di stonature, da raggrinzare i nervi di un bue.

Povero Rossini! Mentre egli si lasciava ire a quel suo preludio di arcana dolcezza, gli si facevano intorno le più grandi pazzie, i ragionamenti più beffardi del mondo. Chi si appigliava alla coda del suo cembalo come al capo di una leva, e faceva balzar la tastiera sulla sua testa; chi gli facea ruzzolar la carretta sei palmi discosto sul selciato, tra le risa degli astanti, che davano indietro per non averla a pigliar nelle gambe; chi gli mandava addosso una gragnuola di bucce e torsi di cavolo; chi infine gli faceva scivolar la musica, squadernata a rovescio sul leggìo; e tutte queste innocentissime burle erano accompagnate da risa, fischi, grida e strepiti di ogni maniera.

Ma il povero maestro non perdeva per così poco la tramontana. Le sue dita seguitavano ostinatamente la tastiera, come l'ago calamitato la direzione del polo, e ne facevano balzare suoni discordi e incomposti, ch'egli accompagnava col suo canto, del quale Tiberino, buon intendente di musica, non ebbe modo di indovinare la chiave. Mai cigno d'Eurota, o d'altro fiume classico, cantò più sgraziatamente di lui, e l'uditorio, che non pareva andasse in brodo di succiole, si faceva beffe del suono e del motto.

— Scusino! — disse allora il maestro. — Ho qui un notturno di mia fattura, e se vogliono udirlo....