Semiramide intanto stavasi ritta sul trono, in nobile atteggiamento, con una lancia nel pugno. Indossava una tunica di porpora, del color d'amatista, e una bianca sopravveste, serrata ai fianchi da un'aurea cintura, donde pendeva la spada, col fodero tempestato di gemme. Non avea collana o monile; per contro, al sommo del petto appariva fuor della tunica una gorgiera di ferro lucente, segno che tutta la persona era catafratta del pari. Un elmo alato le cingeva le tempie, lasciando libero il passo alla chioma nera che scendeva in larghe anella sugli òmeri.

Così chiusa nell'armi ed altera, i Greci l'avrebbero tolta per Minerva discesa tra gli uomini, e si sarebbero prostrati a' suoi piedi, adorandola. Il pastore di Frigia l'avrebbe piuttosto creduta Venere, rivestita delle spoglie di Marte, e a lei pur sempre, a lei sola, avrebbe dato il vanto della bellezza. Severa bellezza era per altro la sua; una torva luce, come lampo per notte buia, rischiarava il profondo di quegli occhi stupendi; erano chiuse, irrigidite da acerbo dispetto, quelle labbra di corallo, che agli umili riguardanti facevano sognare la ineffabile ebbrezza d'un bacio.

Ai fianchi della regina, ma alquanto in disparte, si vedevano i primi uffiziali dell'esercito, vecchi e sagaci consiglieri di guerra. Sui gradini del trono stavano immoti i portatori di flagello, vivi emblemi delle pene imminenti ai ribelli, ai trasgressori de' comandi reali. Dietro a lei gli eunuchi, riconoscibili alle guance imberbi e alle fattezze muliebri, ardevano soavi aromi e scuotevano flabelli di candide penne.

Nella pianura sottostante, l'esercito si scorgeva tutto in moto, e in ordine così lungo, che l'occhio non poteva abbracciarlo d'un tratto. S'inoltrava quella moltitudine immensa, balenando, ondeggiando, siccome campo di spighe. Nitrivano i cavalli scalpitanti; sonavano con alto fragore i carri, dando frequenti sobbalzi lunghesso il sentiero; strepitavano i timpani, gli oricalchi e gli strumenti della musica guerriera. Gli scudi, le loriche, gli elmi e le lancie, luccicavano al sole, confondevano lo sguardo. Pareva di scorgere Sam, nell'ora che si mostra sull'orizzonte, e fa scintillare in mobili pagliuole d'argento le creste del mare agitato.

Qua e là, per mezzo allo sterminato piano di elmi e di punte lucenti, si rizzavano le lunghe cervici dei dromedari sabei, le doppie terga dei cammelli di Bakdi, le immani teste orecchiute degli elefanti indiani, colle lor proboscidi erette e le torri barcollanti sul dorso, e trofei, bandiere, pennoncelli di cento colori; tutto in moto verso le falde del poggio, innanzi al quale dovea passare ogni schiera.

Colà diffatti si scorgeva un ampio e lungo steccato, entro al quale i guerrieri, poichè tutto l'avean colmo, si fermavano un tratto, indi proseguivano speditamente la via. In quel modo si noveravano allora le forze degli eserciti. Capace era lo steccato di una miriade, cioè di diecimila uomini mandati innanzi su d'una fronte di cento; epperò, a mano a mano che i guerrieri varcavano lo spazio misurato e una o più schiere addensate giungevano a riempirne i limiti estremi, lo scriba segnava un numero nel suo papiro, e così via via fino all'ultimo, per poi cavarne la somma.

Quel dì lo scriba reale aveva a segnare settanta numeri e più, imperocchè tante miriadi conduceva seco la regina degli Accad; cinquecentomila fanti e dugentomila cavalli. Il primo novero già era stato fatto nel campo di Assur, ed in altra maniera anch'essa in uso a que' tempi. Secondo quella, ogni soldato passando gittava una freccia entro una cesta, a tal uopo preparata. A mano a mano che le ceste si riempivano, eran chiuse col regio suggello e si riponevano in luogo da ciò. Finita che fosse la guerra, si rimettevano in ordine e, rotti i suggelli, ogni soldato di là passando ripigliava una freccia. Le ultime rimaste, come di leggieri s'argomenta, davano il numero dei perduti in battaglia.

E passavano i guerrieri, passavano lieti e superbi dinanzi al poggio reale, facendo suonar l'aria di lor grida discordi.

Primi erano i soldati delle contrade a mezzogiorno di Babilonia; sessantamila di numero. Si riconoscevano gli uomini di Mahabu e di Karbaniti, sui confini di Mesraim; gli Arìbi e i Kidri, i Nabati, i Curassiti e i Sabei, fieri abitanti della vasta penisola che s'immerge come ascia lucente nel mare lontano. Guidavano innumeri torme otto principi di quelle ultime regioni che son presso alla aurifera spiaggia di Ofir; i capi delle tribù di Caldìli, di Rapiati, di Magalani, Cadascì, Dihtani, Ihilu, Gahpani, Guzbièh. Tutti costoro, valenti arcadori, vestiano succinte tuniche e portavano calzari intessuti con fibre di palma; cingevano il capo di bende a più giri ravvolte e corte spade recavano al destro lato sospese. Nel sembiante della più parte di loro erano impressi i segni della stirpe camitica; breve la fronte, il naso piatto, corti i capegli e crespi, la carnagione abbronzata.

Seguivano gli uomini delle regioni d'occidente, di Martu, di Aharru e di Hatti. Erano costoro duecento migliaia, tutti della progenie di Sem. Numerosi tra essi i Dimaskiti, quei di Birtu, la città bianca sul monte, di Laki, di Sinari, alle falde del Libano, di Arvada, che è sul mare, di Bit Buruta, di Sidunnù, la trafficante di porpora. Mancavano quei d'Izcaluna, avendo Semiramide liberati i suoi concittadini dall'ufficio dell'armi. C'erano in quella voce i fieri abitatori di Palastu, armati di fionda e di accette di selce. Seguivano del pari le insegne i popoli marinari di Yatnana, che è Cipro, e delle altre isole, di Idihal, Kitusi, Sillua, Pappa, Aprodissa, poste sul mare del sole occidente; questi armati di scure e diligenti artefici di macchine da espugnare città; gli altri tutti, nominati più sopra, arcieri gagliardi e destri nel maneggiare la clava nodosa.