Il fiero Cussita nulla tralasciò che giovasse a medicare l'acerba piaga, aperta da' suoi desiderii in quel giovine cuore. Unica sua compagna la volle; regina la pose su tutte le genti tra il Mar d'occidente e le terre dei Medi. Ma, più che il regio fasto e l'obbediente affetto dell'ammansato leone, valse il grand'animo desideroso di grandi cose, a lenire la sua cura. Indi a non molto, il suo possente signore moriva, lasciandola madre di Ninia. E fu allora che la sua mente gagliarda si palesò tutta quanta. Spiaceva agli Accad, perchè donna e straniera; ma la sua grandezza, superiore a quella di tanti uomini portatori di scettro, li vinse. E non si dolsero d'essere caduti in balìa d'una mano di donna, allorquando videro quella mano impugnare la lancia e lentar le redini del corsiero, che volava sempre dov'era più aspra la pugna.
Un giorno (e fu dei primi del suo regno), la rivolta era scoppiata nelle vie di Babilonia. La regina sedeva nel suo spogliatoio, in mezzo alle ancelle, intenta a rassettarsi le lucide chiome. Udire il molesto annunzio e balzare in piedi fu un punto. Scese nella corte del suo palazzo, ove stavano poche schiere adunate, e così scarmigliata come era, accesa in volto di sdegno, montò subitamente a cavallo, corse a furia dove più spesseggiavano i rivoltosi, entrò di lancio nel mezzo e con fiere parole li rampognò di lor fellonia. Sbigottiti gli uni, commossi gli altri da tanto ardimento, tutti soggiogati da una così felice mistura di sublime bellezza e di regale corruccio, posarono le armi, la gridaron regina e veramente figlia di Dea.
Abbellita in singolar modo la città e quasi riedificata da lei; la Media domata, e il suo vecchio re Ossiarte costretto a tributo; signoreggiata tutta la terra degli aromi, che si stende dal paese degli Aribi infino al mare di mezzodì; temente ed ossequioso il popolo altero di Mesraim; le insegne degli Accad condotte di vittoria in vittoria per l'estremo oriente, fino alle rive dell'Indo; erano questi i diritti di Semiramide alla obbedienza ed alla venerazione delle genti del Sennaar. E là sull'Indo, recata la guerra contro il re d'innumerevoli schiere, Staprobate, non aveva ella fatto prova d'altissimo ingegno, pari a quello dei più insigni condottieri d'esercito? Assai prima di Alessandro Macedone, non aveva ella provveduto al guado d'un largo fiume, con migliaia di barche, in tal guisa costrutte, che si potessero agevolmente scomporre e portare sui carri? E laggiù s'era ella mostrata grande nella prospera, più grande nella avversa fortuna, allorquando, fallita in sul meglio l'impresa, perchè i suoi soldati non erano avvezzi a combattere gli elefanti, condusse il suo esercito al ponte e lo ridusse in salvo, ultima a ritirarsi davanti al nemico e pronta a recidere le funi che teneano le barche congiunte.
Donna invero eccelsa per grandezza d'animo e per felice accoppiamento di virtù virili e di grazie femminee, a tutto intendeva, di tutto si pigliava gran cura, e in pace maturava gli accorgimenti di guerra, in guerra assicurava le arti della pace, senz'altro pensiero, fuor quello della felicità del suo popolo. Il monte Bagistano da lei foggiato a monumento della sua gloria, città nuove, templi, strade militari, canali portatori di acqua ai campi infecondi, tutto recava l'impronta del suo genio multiforme. Per lei la stirpe degli Accad fu grande e avventurosa, come non era stata mai; lampada che dà guizzo di più splendida luce, quando ella è presso a mancare.
E ben meritava la pace e la contentezza per sè, lei che cotanto aveva fatto per la prosperità del suo popolo. Ma, pur troppo, egli non v'è tregua al dolore, pei nati dalla creta. E appunto allora, quando ella sperava rifarsi dalle molte fatiche ne' taciti gaudii del cuore, in gloriosa quiete, confortata dal più nobile affetto, un'altra guerra le appariva necessaria. Il delicato sentir della donna e la maestà della regina erano stati offesi del pari. E da chi? Da un re tributario; dall'uomo in cui aveva ella riposto sua fede, a cui s'era data in balìa, con quel sublime abbandono, con quella piena dimenticanza di sè che accompagnano e dimostrano le profonde passioni, le sole vere e desiderabili della vita.
Stava ella al passo di Lukdi, siccome si è detto, e le sue schiere, passate in rassegna, a mano a mano si avviavano ai luoghi assegnati.
Giusta il costume suo in simiglianti occasioni, la regina aveva fatta sul piano un'alzata di terra, a guisa di poggio, su cui vedevasi eretto il suo trono, sotto un padiglione di bisso divisato a colori. Sorgeva a manca un'antenna, dal cui sommo sventolava una striscia di porpora, insegna del comando che tutti potessero agevolmente vedere da lunge, e a destra lo stendardo degli Accad, che era un leone alato, dalla faccia umana, tutto d'oro massiccio, annestato sulla punta di un lungo giavellotto.
A' piedi dello stendardo e distribuiti sul pendìo di quella eminenza, trecento sceptùchi, o portatori di scettro, vegliavano, tutti nobilmente vestiti di bianca e corta tunica, frangiata d'oro, sotto di cui apparivano le anassìridi di cuoio colorato, che s'attagliavano alla gamba e la facevano più salda al cammino.
Dall'altra banda, ove sorgeva l'antenna colle insegne del comando supremo, stavano a custodia trecento portatori di lancia, terribili a vedersi nelle corazze di rame e negli elmi criniti.
Alle falde del poggio era il carro di guerra della regina, tutto di bronzo, con aurei fregi, che simulavano soli fiammanti. Otto poderosi cavalli di Media erano fermi al timone, tutti bardati a squamme di ferro e muniti d'un'ampia rotella sul petto, dal cui mezzo sporgeva un minaccioso spuntone. Succinti valletti erano di fianco ai cavalli, per tenerne le redini e frenarne i moti impazienti; l'auriga stava immobile al suo posto, aspettando la regina, mentre lo scudiero disponeva in bell'ordine, sulla proda del carro, l'arco, la faretra, i giavellotti e lo scudo.