Nata d'arcane nozze in Ascalona di Siria, nutrita nel tempio di Derceto e cara (dicevano le favole del volgo) siccome figlia alla Dea, le grazie nascenti d'una sovrumana bellezza l'avean fatta sposa a Mènnone, prefetto e governatore, pel re degli Accad, di tutto il paese di Palastu, sulle rive del Mar d'occidente. Ora il re degli Accad era Nino, figlio d'Arbel, della stirpe di Nemrod, che allora, con tutte le forze del suo impero, si disponeva ad invadere la Bakdiana.
Chiamato era Mènnone al campo del re; nè potendo egli lungamente rimanervi senza la donna dell'amor suo, che colla leggiadria delle incomparabili forme e coll'avvedutezza del consiglio sì l'avea soggiogato, mandò alcuni suoi famigliari a chiamarla, che, come più presto poteva, si riducesse al suo fianco. E l'ebbe come desiderava, mentre l'esercito, corso tutto il paese dei Medi, stringea Bakdi, la capitale, vanamente d'assedio.
D'ingegno acutissimo e d'animo pronto, la donna leggiadra aveva colta quell'occasione per far mostra di sua grande virtù. E per poter con più sicurezza fare il viaggio, ch'era di molte giornate, aveva indossata una stola, per la quale non potesse distinguersi se fosse uomo o donna, chi n'era ammantato; giovandole inoltre quel vestimento, così a difesa delle candidissime carni contro gli ardori del giorno, come a farla più snella, in ogni occorrenza, o pericolo. E tanta fu la grazia di quel suo modo di vestirsi d'allora, che i Medi poscia, e gli Assiri, e da ultimo i Persi, insignoritosi dell'Asia, vollero portare la stola di Semiramide.
Intanto, giunta ella al campo, considerando come l'assedio era condotto, aveva visto tutta la forza del nemico rivolgersi contro i luoghi campestri ed ovvii alle irruzioni, ma nissuno frattanto custodire la rocca, che per natura e per arte era fortissima. Presi pertanto uomini che sapessero inerpicarsi sulle rupi, e valicata con essi una certa valle, ascese alle opposte eminenze ed occupò una parte della rocca, ed ai suoi, che combattevano nel piano, sotto le mura, diede il segnale. Fu allora che i difensori della città, colti da terrore improvviso per la rocca presa, non avendo più speranza di difendersi, abbandonarono le mura.
Volò il nome di Semiramide per tutte le bocche. La vide il re e, preso da tanta bellezza, ne innamorò vivamente. — Abbi, diss'egli a Mènnone, quanta sostanza del mio tesoro vorrai, e mi appartenga Semiram.
— Nulla sono le ricchezze del tuo regno, — rispose Mènnone al re, — nulla sarebbero quelle dei mari lontani al paragone di lei.
— Sii secondo appo me, — ripigliò Nino infiammato; — abbiti in moglie la mia figliuola Sosane, per cui tanti re della terra sospirano, e mi appartenga Semiram.
— No; — disse a lui di rimando il marito. — Io ti rendo grazie, o re dell'onor singolare, che ogni altro mi invidierebbe per fermo. Che mi varrebbe esser secondo appo te, quando io non fossi più il primo e l'unico nel cuor di Semiram? Vada la tua gentil Sosane ad un possente, che sia degno di così alto parentado; nessuna figliuola di re mi pagherebbe la perdita del vago fior d'Ascalona.
— E sia; — gridò Nino, corrugando la fronte e mettendo lampi dagli occhi; — rinunzia alle ricchezze; rinunzia agli onori; ma io giuro per Nisroc, che in questo mentre già libra le tue sorti, tu non vedrai più il vago fior d'Ascalona. Con ferro rovente ti si sfonderanno le pupille tra un'ora; chè più non ti concedo di tempo a consigliarti di ciò. —
Preghiere, pianti e scongiuri, non valsero; bisognava obbedire. Mènnone, pel timore delle minaccie del re, e per la gelosia che era possente in cuor suo, montato in furore, corse alla sua tenda e s'uccise. Per tal modo, sebbene riluttante, Semiramide era fatta consorte di Nino.