— Prode figlio di Aràmo, tu rinnoverai, — disse allora il bardo, — gli alti prodigi del valore d'Aìco.

— Ah, non lo spero; — rispose il giovine re; — ma le tue parole mi staranno qui dentro e farò d'imitarlo ne' generosi propositi.

— Già cominciasti, — entrò a dire Vasdag, — scegliendo il tuo campo. Qui pugneremo; di qui ci avventeremo sulle schiere elette della superba regina. O morremo, e le nostre salmerie, le nostre fortune tutte cadranno in sua mano; o la destrezza del nostro braccio mostrando, disperderemo il suo esercito e avrem frutto della vittoria.

— Verrà ella sulla prima fronte, audace al pari di Nemrod? — chiese, con piglio d'incredulo, uno tra gli ufficiali del re.

— Certo, ella verrà! — rispose Ara, fremendo. — Forte guerriera è costei. —

Nè altro disse, che gli faceva ostacolo l'interno ribollir degli affetti.

— Forte sì, e superba, — soggiunse Abgàro, — come se nelle vene le scorresse il sangue dei Titani. Ma non è tralignato il seme aicàno e la fortuna lo ha sempre assistito fin qui. Armènago, fondatore di Aracaz, ed Armais, che diede il suo nome alla città d'Armavir, non estesero sempre più l'avito dominio? Amasia, il padre del fortissimo Kegam, del valoroso Parok e del giocondo Tzolag, non si fe' egli padrone di tutta la catena dell'Ararat, detto Masis da lui? E Kegam non signoreggiò egli in breve ora tutta la felice contrada cui bagna l'Arasse? Ed Arma non dilatò d'ogn'intorno il reame? Che dire di Aràmo, del glorioso tuo genitore? Questo guerriero, amante della fatica, voleva piuttosto per la patria morire, che scorgere i figli dello straniero calcare il suolo natìo, sopra i suoi fratelli imperando. Narro storia a noi molto vicina e presente all'animo di tutti. Aràmo, pochi anni innanzi l'impero di Nino, molestato dalle vicine nazioni, raduna tutta la moltitudine de' suoi valorosi, abili a trattar l'arco e a scagliare il giavellotto, giovani, nobilissimi, di gran destrezza e bellezza notabile; esercito che per coraggio, e nell'atto, vale cinquanta migliaia. Sui confini d'Armenia incontra il fiore dei Medi, condotti da Niucar, detto Matès, superbo e bellicoso guerriero; gli piomba addosso improvviso, innanzi lo spuntar del sole, e stermina la sua gente; lui, fatto prigioniero, conduce ad Armavir e in cima alla gran torre, forata la fronte con lungo palo di ferro, comanda che sia inchiodato, a terribile esempio per tutti gli oppressori e scorridori delle contrade d'Armenia. Nino istesso se l'ebbe per detto, Nino che, avendo in cuore una memoria d'odio pel suo progenitore caduto in Ajotzor, meditava lungamente vendetta. Celò egli i suoi tristi disegni, sebbene potentissimo fosse e mandò messaggieri ad Aràmo; conservasse il suo dominio, portasse liberamente la benda di perle, e secondo regnasse, dopo di lui, tra i re della terra. Aquile aicàne, salvete; è vostro l'impero dei monti. —

CAPITOLO XVI. La regina guerriera.

Così s'apparecchiavano le genti aicàne alla prova dell'armi. E frattanto, dal passo di Lukdi si avanzava l'esercito di Semiramide, facilmente respingendo i drappelli armeni colà posti in vedetta, e tacitamente distendendosi su per le circostanti alture. Buon nerbo di cavalieri e di fanti s'erano volti ad oriente, accennando a risalire verso le sorgenti del Tigri, siccome gli esploratori avean riferito ad Ara; ma poco oltre una mezza giornata di cammino, i cavalieri avean fatto sosta, e i fanti, scelti tra i più destri arcadori dell'esercito, aveano piegato non visti a settentrione, inerpicandosi per le ripide coste ed addentrandosi a gran fatica nelle impervie forre delle montagne.

Bene era Semiram quella eccelsa guerriera che il re d'Armenia, nella onesta schiettezza dell'animo suo, erasi affrettato a riconoscere. Mai donna degli antichissimi tempi era stata più addentro di costei nelle gravi cure e nelle aspre discipline della guerra, nè altra che potesse ragguagliarsi a lei avevano a darne le età più recenti.