Così cantò il vecchio Abgàro, tra l'ansia, il fremito e la commozione profonda delle migliaia che l'ascoltavano. E un grido di ammirazione, di gioia, di gratitudine immensa, si levò tutt'intorno, poi ch'egli ebbe finito.
Ardevano tutti i cuori, e bene a ragione, per quei gloriosi ricordi. Quello era appunto il luogo della memoranda pugna; quella pianura che si stendeva dinanzi ai loro occhi, era Ajotzor; in vista del poggio di Kerezmanc era cantata la vittoria di Aìco.
— Mai così grande si palesò il vecchio Abgàro, — dicevano ne' loro crocchi i guerrieri.
— Il suo canto, — soggiungevano alcuni, — ha dissipati i tristi presagi.
— E quali?
— Nol rammentate, il responso dubbioso dell'oracolo di Peznuni? «È in Ajotzor la tomba dei Babilonesi.» Sicuramente, ella c'è; ma degli antichi seguaci di Nemrod.
— Orvia; troppo chiare parole si chiedono agli oracoli. I sommi Dei vonno lasciare alla fortezza del nostro braccio l'adempimento dei vaticinii felici.
— E in Harc, l'altra notte, non s'è egli udito un sordo rumore nelle viscere del monte, come d'armi percosse? Il feroce Titano s'è desto e si solleva sul cubito.
— Stolto consiglio sarebbe il suo. Là presso riposa colui che l'ha vinto ed ucciso. Se Nemrod si sveglia, non temete; anche Aìco non dorme. —
Intanto che questi ragionari si facevano nella moltitudine, Ara il bello erasi avvicinato ad Abgàro e nell'impeto della sua ammirazione lo aveva abbracciato. Il vecchio bardo, commosso, tenne lungamente stretta sul seno venerando la bionda testa del principe, tra gli applausi di tutti gli astanti. Grande è la maestà, come la potenza dei re; ma l'ingegno, raggio dell'anima, in sè racchiude alcun che di divino; donde un'arcana virtù che penetra i cuori e soggioga.