«Nemrod, tranquillo e fidente, con forte drappello si stava alla sinistra dell'acque, come alla vedetta, là su quel poggio ch'io vedo. Aìco riconobbe il drappello dov'era il Titano innanzi alle sue torme, con iscelti e ben armati guerrieri. Ed era tra lui e l'esercito suo grande spazio di terra.

«Elmo di ferro cingeva il possente; elmo di ferro ampiamente crinito. Corazza di rame portava al dorso ed al petto; schinieri e bracciali gli chiudeano le membra. I fianchi accinti; al sinistro spada a due tagli; nella destra gran lancia, saldo scudo a sinistra; da un lato e dall'altro eragli il fiore de' suoi.

«Aìco, vedendo il Titano così tutto lucente nell'armi, mette in ordinanza le schiere. Armènago ed altri due figli alla destra; Cadmo e due altri della sua prole a manca, perchè erano esperti in trar d'arco e in maneggiare la spada. Egli poi, fattosi avanti, dispone dietro a sè in cuspide di lancia le sue genti e le fa ordinatamente procedere.

«Orrido scontro! Di qua, di là, serratisi i giganti gli uni sopra degli altri, coll'urto scambievole facevano rimbombare la terra e col furor degli assalti spargevano mutuo timore e spavento. Ivi, molti giganti robusti, quinci e quindi colpiti dalle frecce e dalle spade, stramazzavano al suolo; tuttavia il combattimento pendeva incerto dall'una parte e dall'altra.

«Bene si avvide allora il figlio di Misdraim di aver troppo confidato nella sua vecchia fortuna. Sbigottito dallo imminente pericolo, fece ritorno sul colle dond'era poc'anzi disceso; chè pensava in mezzo alle sue schiere affortificarsi vieppiù, fino a tanto che, giunto tutto l'esercito, potesse in larga fronte ridar la battaglia. E dietro a lui salivano l'erta i suoi guerrieri colossi, per fargli scudo e difesa, maledicendo alla gagliarda resistenza del nemico e invocando con rabbiose grida il soccorso de' cieli.

«Già erano al colmo e respirava finalmente il monarca. Ma in quel mezzo, Aìco, il forte arciere, cui erano noti i più ascosi sentieri, apparisce sovra un poggio, che lo mette a pari del fuggente nemico. Lo ravvisa Nemrod, alla prestante alterezza della persona, alla vellosa pelle che pende dagli òmeri del montanaro, alle penne d'aquila che gli fanno orrido cimiero sull'elmo di ferro lucente; lo ravvisa e trema forte in cuor suo, il possente cacciatore di popoli. Fremono, poi che l'hanno veduto a lor volta, i giganti, i sempre valorosi guerrieri di Nemrod; già stanno per muovere contro di lui, sperando vendicarsi sovr'esso dei danni patiti.

«Ma invano; già il figlio di Thogarma ha teso il grand'arco lungi saettante, e, tolta la mira coll'azzurro occhio infallibile, scocca poderosamente una freccia a tre ale diritta ai petto di Nemrod. Romba in aere la corda, vola sibilando lo strale, rompe la corazza come fosse di tenero cuoio e trapassando il petto riesce pel dorso. Cadde a terra il Titano; indarno tenta strapparsi l'acuto ferro dal seno e fiotti di sangue e bestemmie gli gorgogliano dalle fauci; dà un tratto, indi un altro, cerca degli occhi il sole e rende lo spirito invitto.

«Un grido di gioia, grido possente, si eleva. È il grido di Aìco, che fa restarsi sospese e attonite le pugnaci coorti. Si addensano intorno al caduto i suoi prodi. Egli è spento. Che fare? Ecco, nuovi dardi fischiano per l'aria, seminano la morte intorno al riverso Titano. Terribile, implacato come il Dio della folgore, Aìco saetta. Fuggono allora, compresi d'alto spavento, fuggono i guerrieri colossi; invano schermendosi coi larghi scudi sonanti sugli òmeri, senza più volgersi indietro.

«Gloria al tuo arco, o nobile Aìco! Posi esso eternamente sospeso alla sacra parete del tempio di Peznuni. Braccio mortale non varrebbe a tenderlo oggi; e il potesse anco, avrebbe forse compagno l'infallibile sguardo azzurro del fortissimo arciere?

«Sangue bagna la collina di Kerezmanc; sangue allaga tutta l'ampia convalle di Ajotzor; sangue scorre l'Eufrate, ancor povero d'acque. Odorano i corvi la preda e calano in fitto stuolo alla pastura. Ma il forte è magnanimo e pio; dà sepolcro onorato ai cadaveri e la collina ha il nome suo dalle tombe. Il gran corpo di Nemrod, plasmato entro e fuori di balsami e di sontuose vesti recinto, lo portano le vittrici aquile montanare in Harc, alle sante sedi de' padri. Colassù, alla vista della regal casa di Thogarma, dorme gli eterni sonni il nemico delle libere genti aicàne.»