«Costoro ei sottomette alle sue leggi; mura edifizi su questa terra e la dà in retaggio a Cadmo, al figliuolo d'Armènago suo.

«Di là trascorre, il savio gigante, progenitore dei nobili Aicàni; va col resto dei suoi tra settentrione ed occidente e si ferma ad un piano, che oggi ha nome di Harc, ovvero dei padri. Lo rammenti con allegrezza ognuno di voi e lo insegni a' suoi figli; dinota quel nome che lassù abitarono i padri della casa di Thogarma, nel borgo Aicascèno, che suona costrutto da Aìco. A mezzogiorno del piano, vicino ad un monte di larghe falde, s'erano prima alcuni uomini stabiliti. E costoro, tratti da riverenza, spontanei giurarono fede all'eroe.

«Ma il titano Nemrod, raffermato il suo dominio sui leoni della pianura, guata con invidia all'aquile della montagna, si strugge della nascente potenza d'Aìco. Tosto gli spedisce un figliuol suo con buona scorta d'uomini fedeli, e melate parole dissimulano l'imperiosa acerbità del messaggio.

«Tu abitasti finora tra i ghiacci e le brine. Riscalda e tempera il freddo gelido de' tuoi alteri costumi, e a me sottomesso ed amico, vivi tranquillo là ove piace a te, sulla terra del mio soggiorno.

«Regni il Titano sulla terra sua; — rispose il figlio di Thogarma, corrugando le ciglia. — Aìco nulla gli invidia, nulla chiede da lui. Andate, e ditegli questa breve risposta: l'arco lungi saettante del cacciatore ha intorno a sè mestieri di spazio.

«All'udire l'altiero diniego, tutto si svela il mal animo di Nemrod. Irato cavalca il Titano alla montagna; cavalca con grande esercito e giunge alla contrada di Ararat, sotto alle case di Cadmo. Fugge questi a ricovero presso dell'avo, e manda avanti a sè veloci corrieri.

«Sappi (manda il figlio d'Armènago), sappi, o il più grande tra gli eroi, che Nemrod sta per rovesciarsi su te, co' suoi sempre gagliardi, co' suoi guerrieri colossi. Com'io il vidi avvicinarsi alle mie stanze, fuggii; eccomi, vengo in gran fretta; tu cura ciò che devi e l'accorto ingegno t'inspiri.

«Come l'impetuoso Arasse, sfondate le caverne delle montagne, corre le valli boscose, varca le anguste gole e gli stretti, e scende, precipita con terribil fragore nel piano, così venìa romoreggiando il Titano, colle ardite e poderose schiere. Confidava egli nel valore e nel numero de' suoi soldati. Ma il cauto e savio gigante dai capegli riccioluti e dall'occhio vivace, raduna tosto i suoi figli e nipoti, guerrieri intrepidi e arcieri valenti, pochi di numero, ed altri alla sua legge ossequenti. Arriva, dì e notte correndo, alle salse acque di Van e così parla il cauto e savio gigante alle schiere:

«Ad util segno soltanto si tende l'arco del cacciatore esperto, e sempre decisivo è il suo colpo. Nel riscontrare l'esercito di Nemrod, sforziamoci di giungere ov'egli sta, da molti suoi guerrieri circondato. O morremo, e le nostre salmerie cadranno in sua mano; o la destrezza del nostro braccio mostrando, disperderemo la sua gente e avremo frutto della vittoria.

«Tosto superato quell'intervallo di lunghissimo tratto, i guerrieri d'Aìco arrivano in una convalle tra erte montagne; poscia, a destra del fiume, si trincierano sopra una altura. E in quel mentre, alzati gli occhi, videro la confusa moltitudine dell'esercito di Nemrod, spinta qua e là da audacia feroce e su tutto il terreno diffusa.