Sorrise egli, e, stesa la destra in atto cortese, parlò:

— Bella è, o giovani, la lode data ai canuti, anco se paia soverchia. Chi onora i vecchi, dà lode agli Dei; imperocchè nei vecchi si esalti il senno maturo, grazia impartita dal cielo, ad ammaestramento e guida delle nuove generazioni. A voi rende grazie, o giovani, il cantore d'Aìco, che, scarso d'ingegno, ha ravvivati coll'affetto i suoi carmi. Beati voi, che, cresciuti a vostra volta in età, come già siete d'arte doviziosi e di sapere, darete più alti insegnamenti al popolo aicàno, tramandando ai nepoti le imprese e le vittorie di Ara il bello, del generoso figlio d'Aràmo.

— Vivrai tu per cantarle, o maestro; — risposero i bardi.

— In pugno di Zervane è la sorte; — disse Abgàro con accento solenne. — Il guerriero non può dire: «domani»; ed oggi, per la difesa del patrio suolo, tutti gli Aicàni saranno guerrieri, nè i vecchi si mostreranno da meno dei giovani. Ma via, smettiamo gli inutili vanti, che all'opere, non già alle parole, dee misurarsi il potere dell'uomo. Chiedevate il cantico d'Ajotzor? Il vecchio poeta, innanzi di tacere per sempre, vuol farvi oggi contenti. —

Un grido di giubilo manifestò al vecchio il grato animo della guerresca assemblea, e il silenzio che tosto si fece d'ogni parte gli disse altresì con qual religiosa attenzione egli sarebbe ascoltato. A tutti era noto il carme, com'era nota la materia intorno a cui s'aggirava. Senonchè, era consuetudine dei bardi mutar forme, accrescer poetici fregi all'opera loro, e appunto in questo la valentìa d'Abgàro era somma.

Tolto di mano al più vicino de' suoi compagni il cembalo festivo, lo percosse egli con tese palme più volte, quasi ad eccitar gli estri dormenti; volse gli occhi ispirati all'intorno, e così prese, con voce piena e armoniosa, a cantare:


«Abbia da' sommi Dei principio il canto. Terribili per maestà erano dessi, largitori de' massimi beni al mondo, alta cagione d'ogni cosa creata e della moltiplicazione degli uomini. Da loro si separò la schiatta dei giganti, mostruosi di forze, invincibili, di statura colossi, che nel loro orgoglio concepirono il disegno di edificare la torre. Già erano all'opra; un vento terribile e divino, soffiato dall'ira dei celesti, l'edifizio disperse. Gli Dei, dato ad ogni uomo un linguaggio dagli altri non inteso, misero tra loro confusione e scompiglio.

«O il più chiaro tra questi, figliuolo di Thogarma, del seme di Jafet, o Aìco, o principe valoroso, possente ed abile arciero, chi esalterà degnamente il tuo nome? Famoso per bellezza e nerbo di membra, riccioluto i capegli, azzurro gli occhi al pari d'un Dio, gagliardo il braccio, e pugnace, ma pietoso dell'animo e amante del giusto, ti opponesti tu a quanti alzavano la mano dominatrice sopra i giganti e gli eroi. Infiammato da nobile ardire, armasti il tuo braccio contro la tirannia di Nemrod, allorquando il genere umano su tutta la terra si sparse. Era in mezzo a questo un popolo di giganti, fuor di misura robusti e di lor forza superbi; il perchè ciascuno, come da una furia sospinto, immerse la spada nel fianco del compagno; tutti sforzandosi dominare sugli altri.

«Ma la fortuna aiutò Nemrod ad usurpare la terra tutta; Nemrod, figliuolo di Mesdrim, a cui fu padre Cus, della progenie di Titano. E ricusa Aìco obbedirgli; e glorioso come la stella del suo nome, vagante pe' cieli[3], si allontana verso settentrione, menando seco, astri minori, i figli, le figliuole, i nepoti, uomini vigorosi, in numero di forse trecento. Vassene co' figli de' suoi servi, cogli estranei a lui ossequenti e con tutto il suo avere; vassene alle terre alte dell'Ararat, e si pone a piè d'un monte, ove alcuni degli uomini, per lo innanzi dispersi, già avevano messo dimora.