Unanimi applausi e grida fragorose salutarono il bardo; e agli applausi, alle grida del popolo, si aggiunsero amorevoli parole del re. Ara il bello era uscito pur dianzi fuor della tenda e si era seduto all'aperto, sul poggio, in mezzo a' suoi capitani.
— Nobile è il canto di Sempad; — aggiunse il vecchio Vasdag, principe di Tarbazu; — ma nessuno di voi, o poeti, per le cui labbra parlano i Numi, canterà le gloriose gesta d'Aìco? Oscuro è tutto ciò che avvenne prima di lui; sebbene, è da lodarsi la cura che voi ponete a serbare ogni più lieve frammento delle lontane memorie. Ma coll'eroe dai riccioluti capegli ha finalmente nome e vita la patria nostra; da lui comincia la storia; da lui la fama d'Aiasdan. Cantateci Aìco, o bardi, e nelle sue lodi prenderemo gli auspicii delle pugne vicine. —
Gran plauso ottenne il dire di Vasdag; del quale per altro era nota la saviezza. Di lui correva questa sentenza in Armenia, non potere l'antico guerriero dir cosa che non fosse vera e sennata.
— Sì; — gridarono molti facendo eco alle parole del vecchio principe di Tarbazu e incoronatore dei re; — chi canterà le gloriose gesta d'Aìco? —
Esitarono i bardi, guardandosi in viso l'un l'altro.
— Cantare d'Aìco! — sclamò alla perfine uno di essi.
— Chi lo ardirebbe, se è qui presente Abgàro?
— Egli il vate divino; — aggiunse un altro; — egli il signore degli inni! l'eroe dal braccio gagliardo non ebbe mai, nè avrà certo negli anni futuri, un più degno poeta.
— Sciogliere un inno ad Aìco, mentre è il soave Abgàro nella corona degli uditori, sarebbe temerità maggiore di quella d'un astro notturno, il quale s'attentasse di splendere quando il sole è spuntato. —
Un vecchio sorrise a quelle parole, un vecchio cui in quel punto erano volti gli occhi di tutti. Era egli vestito di candida lana, alla guisa dei sacerdoti di Van, ma al fianco gli pendeva la spada e all'òmero la capace faretra.