— Bada ancora! — soggiunse ella, con accento quasi amorevole. — Tu m'hai fatto più male che regina e donna non siano use a patire. Cionondimeno, io ti concedo la vita. Ricco e potente sarai; ma a te si spetta parlare col re. —
Sumàti taceva ancora.
— E sia di te ciò che tu stesso hai voluto; — ripigliò Semiramide. — Sarai dato a' tormenti. Ve n'ha di terribili, che fanno rizzare i capegli per raccapriccio sulla fronte ai più saldi, che trarrebbero i gemiti perfin dalle pietre. V'hanno bronzi lentamente scaldati, in cui frizzano le membra, e l'aria vien grado grado mancando, e si sente soffocare, senza poter anco morire. V'hanno strappi di tanaglie, che lacerano e traggono via a lunghi brani la pelle. V'hanno aculei che si ficcano tra le unghie e le carni, e pungono senza tregua, fanno desiderare che l'anima se ne voli in un grido. Ma la morte è più lenta a venire e l'orgoglio rintuzzato chiede finalmente mercè.... Olà, Hurki! — diss'ella, avvicinandosi al limitare, su cui fu pronto a comparire il fedele. — Vengano i tuoi; sia consegnato quest'uomo ai flagellatori; ma non prima, — soggiunse incontanente, — non prima di esser condotto alla presenza del re d'Armenia, per udirsi a ripetere laggiù tutti i suoi tradimenti. —
Sumàti, che era stato fermo alle minaccie, muto alle promesse, imperterrito alla descrizione degli atroci tormenti serbati alla sua pervicacia, diè un grido a quell'ultime parole di Semiramide, un grido che fece sobbalzar la regina e tornare Hurki sollecito sopra i suoi passi; indi, rapido a guisa di tigre, si volse indietro, corse alla finestra, e così impedito com'era dalle catene che gli stringeano i polsi alle terga, spiccò un salto sul davanzale di pietra.
— Regina, io tel dissi; — esclamò egli allora: — è questo il solo supplizio di cui temesse Sumàti. Mi sottraggo al dolore ed espio la mia colpa. Dov'è piombata la tua fortuna, piomberà la mia vita. Iddio riceva il mio spirito. —
Chiuse gli occhi, ciò detto, si spinse all'indietro e si lanciò nello spazio.
— Ah! si salvi! si salvi! — gridò la regina, correndo a guisa di forsennata, con palme tese, là, dond'era scomparso l'Indiano.
Ma come salvarlo? Affacciata al davanzale, Semiramide potè scorgere ancora il corpo brancolante che piombava veloce nel vuoto. Esso ad un tratto diè un tonfo; le acque percosso schizzarono in alti zampilli dintorno; spumeggianti gorgogliarono un tratto, indi sbattute ancora, divallate per lo squarcio improvviso, finalmente si chiusero.
Con occhi intenti, trascinata da un'istintiva cura, come di voler trattenere coll'alito una cosa che fugge, la regina guatava quell'onde che avevano inghiottito la sua fortuna da prima e l'ultima sua speranza in quel punto.
Alcuni istanti trascorsero, e l'affogato ricomparve a fior d'acqua.