Questo, e il pensiero delle scarse vettovaglie, inducevano tristezza, fastidio, ripugnanza negli animi. Sarebbero essi durati nell'obbedienza più oltre? Per buona sorte, diceva Faleg tra sè, la regina non doveva esser lungi da Babilonia; ad ogni modo, quei due giorni di combattimento a Sippara, le avrebbero spianata grandemente la via.

Nè s'ingannava. Appunto in quella notte che seguiva il secondo assalto di Sippara, la regina giungeva, con poco più di centomila combattenti, alla vista di Babilonia, davanti ad una delle porte che guardavano il sole oriente. Appiattato l'esercito nei campi, dove già cresceano le biade pel secondo raccolto, chiuse con buona custodia d'armati le uscite dei villaggi, perchè nessuno avesse modo di recare l'annunzio alla vicina città, Semiramide si avanzò con uno stuolo di cavalieri lunghesso il canale Libil Higal, per esplorare il terreno.

Sin, il casto pianeta a lei caro, splendeva alto nel firmamento azzurro, illuminando la pianura all'intorno e la via battuta che conduceva ad una delle porte. E mentre Semiramide cautamente s'inoltrava pe' colti, evitando la strada e non perdendola d'occhio, le venne udito da lunge un rumore misurato e crescente, come lo scalpitìo di una cavalcata, che a quella volta spronasse.

Incontanente fe' ristare i suoi cavalieri, e muti, ansiosi, stettero tutti origliando.

Il rumore si avvicinava sempre più. Semiramide, che già meditava un audace disegno, si volse a guardare i suoi cavalieri, se fossero abbastanza coperti agli occhi del nemico. Erano essi dietro un campo di sèsamo, di rigogliosa cresciuta e di larghissime foglie, siccome portava la natura di quel fertile suolo. La regina non si tenne paga tuttavia e comandò che tutti smontassero da cavallo, pur rimanendo con un piè sulla staffa e la mano alla criniera.

Così del tutto nascosti, spiavano l'arrivo della cavalcata nemica. Essa pervenne indi a poco su quel tratto di strada che essi vedevano e veloce trascorse. Erano a mala pena sei cavalieri, e alle fogge, vedute così di profilo a lume di luna, apparivano Medi. Forse erano esploratori, fors'anco portatori di messaggi a qualche luogo vicino.

Semiramide lasciò che andassero oltre a lor posta. Infatti, a mezzo miglio discosto era accampato il suo esercito, nè potevano essi cansare d'esser fatti prigioni.

Ella intanto diè il cenno e l'esempio di risalire in arcione. Dietro a lei tutto il drappello si cacciò a galoppo sulla strada, serrandosi sulle orme dei Medi. Udirono essi l'improvviso rumore alle spalle, e pensando che fossero altri cavalieri usciti di città, per richiamarli indietro, o per altro che loro importasse sapere, si fermarono tosto. E innanzi che avessero tempo a raccapezzarsi, a conoscere d'esser caduti in agguato, erano circondati da un nugolo di fantasmi; chè tali doveano parer loro, in quel luogo, i cavalieri di Semiramide, creduti ancora così lontani, e sulla via dell'Eufrate.

Thuravara, il loro capo, fu condotto alla presenza della regina. Tremò egli, quando ebbe ravvisata Semiramide, e, a mala pena interrogato, disse tutto ciò che a lei mettesse conto sapere. Thuravara, creato di Zerduste, non ignorava qual sorte lo attendesse, ove, con pronta sommissione e con utili ragguagli, non si fosse raccomandato alla clemenza di lei.

La regina adunque udì dal suo labbro che Faleg resisteva da due giorni tenacemente sulle alture di Sippara, ove Zerduste credeva fosse ella per giungere, col rimanente dell'esercito. Per altro, in quella medesima sera, due esploratori erano tornati da Burat, che è sull'Eufrate, a una giornata più in alto di Sippara, nè lassù si aveva fumo di soldatesche vicine. Cotesto aveva confortato Zerduste nel suo primo pensiero, che l'invio di Faleg fosse tutto quanto ella aveva potuto fare, al primo annunzio della rivolta di Babilonia, e che ella fosse, con tutto l'esercito suo, di parecchie giornate più indietro.