Del resto, soggiungeva Thuravara, Ninia e il suo fedele ministro dimoravano nel palazzo della riva occidentale, per esser più vicini alle venute e più pronti alle acconcie difese. Avevano essi un esercito di duecento migliaia; ma la più parte di gente ragunaticcia, nè ancora bastantemente addestrati. Si aspettavano bensì grossi soccorsi dai Medi e dagli Elamiti, già chiamati in arme dal preveggente Zerduste, alla vigilia della rivolta e della incoronazione di Ninia. Egli, Thuravara, andava per l'appunto sulla via di Libil Higal, a vedere se ancora giungessero, e ad affrettarne l'entrata in città. Armi, poi, e vettovaglie, come alla regina doveva esser noto, in Babilonia abbondavano.

Udì Semiramide i copiosi ragguagli, e come Thuravara ebbe finito, gli disse:

— La tua vita dipende dal parlar che farai. Qual motto hanno ora i custodi delle porte?

— Per Anaìti! — rispose tosto il Medo infedele.

— Che significa ciò? — chiese la regina in atto di stupore.

— È il re, — soggiunse Thuravara, — è il figliuol tuo, mia clemente signora, che in tal guisa ricorda la diletta del suo cuore.

— La risuscitata! — sclamò Semiramide.

— Sì, potente regina.

— E per grazia de' sommi Dei, non è egli vero? — incalzò ella con accento d'amara ironia.

Thuravara chinò vergognoso la fronte.