— Sta bene; — proseguì la regina, senza curarsi della risposta. — Tu, vieni tra le nostre ordinanze; e guai a te se non m'hai detto il vero! —
Poco stante, era dato il cenno all'esercito, che tutto avesse a rimettersi in moto ed accostarsi alle porte. Ella, col suo stuolo di cavalieri, precedeva le squadre.
Giunsero in breve alle mura. Il ponte era alzato davanti alla porta, ma allo scalpitar dei cavalli sulla pianura, le scolte s'erano affacciate alle feritoie, e allo squillar d'una tromba sul ciglione del fosso, furono pronte a chiedere ai nuovi arrivati:
— Chi siete? In nome di chi venite?
— Siamo guerrieri di Ninia; — risposero gli altri. — Usciti dalle porte di settentrione, torniamo da questa, e per Anaìti veniamo. Sbrigatevi; sono i Medi aspettati con noi. —
Il ponte fu tosto calato. Semiramide fu la prima a spingere il suo cavallo sull'ampio tavolato di cipresso.
— Giungono i soccorsi di Media! — gridavano intanto sotto l'androne i custodi. — Il veggente Nebo ci assiste.
— Egli viene su voi, traditori, per fulminar le sue collere! — gridò Semiramide, menando a cerchio la mazza ferrata entro lo stuolo malcauto. — Per Anaìti custodivate le porte!... Per Semiramide arrendetevi, o tutti di mala morte morrete.
— La regina! sì, è dessa la regina! — andavano ripetendo i malcapitati, mentre, quinci e quindi fuggendo, tentavano schermirsi dai colpi. — Chi l'avrebbe mai detto? Ahimè! c'ingannarono i sacerdoti; non erano per Ninia gli Dei! —
Ben presto fu fatta strage di quella turba fuggente; i più lontani, sentendosi incalzati dai cavalieri, si buttavano ginocchioni, chiedendo mercè, ed aveano così salva la vita. Non uno andò fino al baluardo interno della città, per recarvi la terribile nuova, e prima ancora, prima sempre tra tutti, vi giunse l'audace guerriera, il cui esercito, infiammato dalla portentosa felicità dell'evento, già si accalcava sul ponte, sbucava dal profondo androne, si dilagava nel vastissimo piano tra Imgur Bel e Nivitti.