Non era pugna, nè inseguimento di nemici; era libera corsa sfrenata, in mezzo a spaventati drappelli. Entro il baluardo di Nivitti Bel fu un tumulto indicibile. I primi che videro le negre schiere apparire agli sbocchi delle vie e irrompere nella città, minacciosi come una legione di spiriti d'abisso, si sparpagliarono tosto per le strade minori, quali cercando nelle lor case rifugio, quali fuggendo senza saper dove, non d'altro solleciti che di scansare l'imminente pericolo, tutti levando altissime strida e mettendo a romore e scompiglio la sterminata città. Semiramide! È qui Semiramide alla riscossa! Sventura al popolo delle quattro favelle, su cui la regia vendetta discende!
La tristissima voce per ogni dove s'è sparsa, ha preceduto le squadre degl'invasori. Quanti n'han tempo, o modo, si dànno alla fuga verso l'Eufrate; l'ampia travata del ponte cigola sotto il peso e la furia di quell'onda di popolo, che incalza alla destra riva: uomini, donne, fanciulli, mezzo vestiti, scarmigliati, ignudi, come il terribile annunzio li colse, come la paura li spinse.
Non cura la regina i fuggenti; anzitutto ella mira a impadronirsi della reggia. Sfondano i suoi guerrieri l'ingresso, chiamano per nome, invitano alla obbedienza i custodi. È la loro regina, è Semiramide, che batte alle porte; chi più oltre serberà fede al ribelle, innanzi che giunga il sole al meriggio, penderà inchiodato dai merli.
È l'alba, e già Semiramide ha ricuperato la sua reggia, nobile e forte arnese, dove ella troverà armi, tesori e sicurezza ai nuovi combattimenti. Dall'altra sponda del fiume hanno appiccato il fuoco al tavolato del ponte; fuoco arde nel valico sotterraneo, per dar tempo ai ribelli di chiuderne più sicuramente lo sbocco. Ma che importa? Semiramide è padrona, con un colpo audace, in poche ore, di tutta la parte orientale di Babilonia.
— Grazie, santissimi Numi! — ella dice. — Voi non avete tolta la vostra mano da me; io sono ancora la regina degli Accad. —
CAPITOLO XXI. La mano di Nisroc.
La fortuna, che già sembrava avere abbandonato le insegne di Semiramide, tornava ora a farle buon viso. Era pentimento, sommessione all'audacia, o crudelissimo scherno? Risorgeva la regina più gloriosa e più forte dal suo abbattimento, o non era a vedersi altro in quella ardita riscossa che il sollevarsi del guerriero sulle ginocchia e l'ultimo suo brandir l'arme sanguinosa contro il nemico che sta per finirlo? I prossimi eventi doveano dar la risposta.
Intanto, mercè la sua rapida corsa e l'occasione prontamente afferrata, ella era venuta a capo di penetrare in Babilonia e di farla sua fino alla sinistra riva del fiume. Solleciti messaggi avevano mosso Faleg dal suo baluardo di Sippara, e mentre egli rumoreggiava alle porte della sponda destra, tirandosi sopra una gran parte dell'esercito dei ribelli, la regina tentava con barche e zattere d'otri gonfiati il passaggio del fiume, e finalmente ristorava la travata del ponte sotto una pioggia di dardi.
Ninia e Zerduste, con tutti i loro, si ritrassero in Barsipa, la città sacerdotale, congiunta a Babilonia da un prolungamento del muro esterno, ma forte di per sè stessa e dentro e fuori, acconcia a durare per mesi e mesi un assedio.
Colà, all'ombra del più eccelso tempio di Babilonia e del mondo, incuorato dalla inflessibile baldanza di Zerduste, sorretto dal favore dei sacerdoti, ammaliato dalle carezze di Anaìti, posava il giovin ribelle, o non curante, o inconsapevole del suo delitto. Infine, non era egli il re, unica prole di Nino, ultimo della stirpe di Nemrod? I santi ministri delle sette luci della terra non aveano essi consacrato il suo capo? l'oracolo di Belo non avea egli pronunziato la reità di Semiramide al cospetto dei cieli? Inoltre, conforme al volere dei sommi Dei di Babilonia, non era forse il volere del Dio di Zerduste? Mai tra rivali divinità si era manifestata una simigliante concordia.