Invero l'astuto principe di Bakdi si era rigidamente astenuto dal palesar la sua fede. Da lunga pezza egli solea dire al suo regio discepolo che il tempo non era anche venuto di annunziare il regno di Ahuramazda alle genti; questa essere dottrina eccelsa pei savi; al volgo doversi lasciare intanto le sue idolatrie grossolane. Nessuna prova di loro virtù avevano fatta gli Dei di Babilonia a favore di Ninia; laddove il soffio potente di Ahura gli aveva restituita la sua diletta Anaìti. Egli l'avea pure veduta, là, nel suo casolare tra i palmeti di Gomer, distesa sul letto di morte, le membra prosciolte e fredde; invano avea pianto amarissime lagrime; invano avea chiesto a' suoi numi un prodigio. Ma laggiù ne' sotterranei di Babilonia, ove il Dio vero nascondeva ancora il suo purissimo culto, egli avea pure udito dalla voce di Mazda la cagione per cui era morta Anaìti. «Non tra ozii imbelli doveano poltrire i nati di re; amori e carezze di donna amata esser premio ai valorosi, ai fedeli seguaci degl'insegnamenti celesti, non facil sollazzo, non riposo consentito a mezzo il cammino, quando il debito delle sante opere e la via lunga sospingono. A lui, per ventura, agevole il meritarsi quel premio intercedendo la cara autorità di Zerduste, nè chiedendosi troppo lungo disagio a chi dovea regger lo scettro, moderatore di popoli. Cedesse adunque ai lagni di Babilonia, sdegnata per una stolta e rovinosa guerra e per maggiori danni minacciati al buon seme cussita; cedesse alle voci che il cielo provvidamente spirava sulle labbra degl'idoli bugiardi; cingesse corona di re, ed Anaìti sorgeva dal suo letto funereo. Resa a lui dal favore di Mazda, al suo ardimento, al suo perseverar ne' propositi, era sospesa la vita della fanciulla diletta.»
Ora, a mala pena nel tempio di Belo il credulo adolescente aveva impugnato lo scettro d'oro, non erasi infuso di bel nuovo lo spirito vitale nelle rigide membra di lei? Non aveva egli sentito sotto la sua mano tremante riscaldarsi e palpitare quel bianco seno a cui tre giorni innanzi aveano tentato invano ridar la vita i suoi baci? Così Ninia era stato condotto ai voleri di Zerduste e fatto ribelle, nimico alla maestà di sua madre. Nè già viveva pel regno, di cui lasciava ogni pensiero al sapiente maestro; nè già si curava della sua sconfinata autorità, se non per ricordare che la regia possanza è una piramide al cui sommo sta preparata e colma la coppa di tutte le umane delizie. Viveva allora per Anaìti, per quella fiorente bellezza che si profondeva inconsapevole a lui, tremante di dover morire se egli vacillasse, e per amore, per ambizione, per paura, incatenata al suo fianco. E in lui, il saperla così sospesa tra morte e vita accresceva gli ardori. Si ama, dicono, assai più fortemente ciò che si teme di perdere. Triste sentenza, se vera; ma forse ciò che pei nobili cuori non è, potrebbe credersi vero per l'anima fiacca e per l'indole tutta sensuale di Ninia; di quel lioncello, a cui, per mezzo agl'ingenui moti della tenera età, crescea la ferocia dell'avita natura.
Insignoritosi con tali arti della mente di Ninia, il principe di Bakdi non avea durato fatica ad attizzar gli sdegni del popolo; la mercè di falsi messaggi e di aggranditi pericoli, aveva aggiunto esca al fuoco, e, con l'immagine dei certissimi danni, infiammati gli spiriti a rivolta.
Facili i volghi ad essere trascinati; più facili, se vissuti in lenta ed inerte soggezione, a credere ogni cosa, a farsi stromento docilissimo in mano agli scaltri. Nè manco agevole, pel grado suo e per l'imperio ch'esercitava su Ninia, gli era tornato di vincere la riluttanza dei sacerdoti. Sempre più ardente di giorno in giorno la plebe; impensierite pei lor cari assenti le più ragguardevoli famiglie; tutti contrarii ad una guerra che accortamente si mostrava esser frutto di un'amorosa follia; non avrebbero ardito i sacerdoti far contro alla corrente delle popolari opinioni. Volevasi Ninia per re; meglio averlo tale e dominarlo, come offeriva Zerduste, che osteggiarlo invano, opponendosi ai voti del popolo. Il saccanàco, il gran vicario degli Dei, si faceva schiavo in tal guisa agli eventi, assicurava ai più forti la benevolenza del cielo; vecchio costume degli uomini che si vantano di custodirne i responsi! E maledetta Semiramide lontana, Ninia era incoronato sulla gran torre di Barsipa; armi ed armati si raccoglievano dalle vicine provincie; i Medi, gli Elamiti, e quanti eran popoli soggetti di là dallo Zagro, tutti incitati a scuotere il giogo. L'impero, saldo in apparenza e durevole, si sarebbe sfasciato dopo il trionfo delle schiere ribelli, se pure lo stesso Zerduste, sotto colore di chiamare i Medi a difesa della stirpe di Nemrod, non pensava a disfarsi, per utile suo, di quel malaccorto adolescente, trastullo nelle sue mani, vera larva di re.
E intanto che costui, riparato con Ninia entro le mura di Barsipa, faceva assegnamento sulla irruzione dei Medi, sullo scompigliarsi dell'esercito di Semiramide e sulle ire di Babilonia, cresciute a dismisura per la morte di tante migliaia de' suoi cittadini, la fortissima donna vacillava nei suoi consigli, esitava a condurre innanzi l'opera sua. Il nemico ch'ella doveva combattere, che un colpo malaugurato de' suoi ingegni di guerra poteva stendere al suolo, era Ninia, era suo figlio! Il tradimento dei Casdim la turbava altresì, la faceva più perplessa. Bene erano ossequenti a lei i sacerdoti di Militta e di Nebo, rimasti in città; ma che potevano costoro, contro il maggior numero rifugiato in Barsipa od anco di là possente sul popolo, tranne il pregare in silenzio?
Fatta accorta del pericolo, confidandosi inoltre che il suo inaspettato trionfo in Babilonia avesse ridotto quei temuti nemici a più miti consigli, diè mano a pratiche segrete con essi, facendo che alcuno dei sacerdoti di Nebo andasse a Barsipa, come a cercarvi rifugio, e, avuto agio di parlare col saccanàco, ogni più larga promessa e giuramento gli facesse, in nome di lei. Frattanto i giorni scorrevano, ed altri dolori le si stringevano al cuore.
Il re d'Armenia andava ricuperando la sanità ad occhi veggenti. La ferita non aveva nulla avuto di grave, tranne forse lo spargimento copioso del sangue. Vinta la febbre mercè il farmaco dell'Indiano, egli era tornato in sè medesimo, e la ingenita vitalità aveva trionfato di tutto, perfino della negra mestizia che gl'ingombrava lo spirito. Il cammino da' suoi monti natali alla pianura del Sennaar non gli era tornato a disagio, dappoichè la sua scorta viaggiava sempre nelle ore notturne, ed egli posava su morbide piume, procedendo leggero e senza scosse, o sobbalzi, al dolcissimo passo dei cammelli battriani. La tacita compagnia giungeva in Babilonia tre giorni dopo il vittorioso ingresso di Semiramide, e la frescura dei pensili orti, l'abbondanza di tutti gli agi del vivere, aveano rinfrancate le membra affralite del giovine, facendo il resto la gioventù, questa medicina incomparabile, che tutti, ahimè! non sempre portiamo dentro di noi. Sbiancato mostrava il volto, già tinto di rosa e ammorbidito da riflessi dorati; una nube di tristezza offuscava il placido lume degli occhi; pure la sua bellezza non avea nulla perduto della prima virtù; simile al fiore che il soffio della bufera ha alidito, ma che un tiepido raggio di sole ravviva.
Semiramide lo aveva veduto. Nel suo breve colloquio con lei, il prigione erasi mostrato ossequioso, ma freddo. Posto di bel nuovo al cospetto di quella sovrumana bellezza che lo aveva rapito, memore di tante angoscie, più ancora di tante dolcezze, combattuto da contrarii pensieri e da immagini di lutto recente, si adirava con sè medesimo, si struggeva di non odiarla quanto avrebbe dovuto.
— Son vinto e tuo prigioniero; — le disse. — Fammi morire; altro io non aspetto oramai. Donna di grande animo ti dice la fama e le imprese tue ti dimostrano. Fanne un'ultima prova per me, affrettando il mio fine, ed io benedirò l'odio tuo.
— Nemico di un giorno, e pensi ch'io t'odii? — replicò nobilmente la regina. — Ho vendicato un oltraggio, ho punito un atto di ribellione; tutto l'altro io non ricordo, non vedo. Son regina per te come per tutti; ciò soltanto soffri da Semiramide. Ella è soddisfatta; nè pensa ai dolori patiti, o alle profonde allegrezze che si riprometteva dalla sincerità del suo cuore, se non per lagnarsi della sorte, a lei così larga dispensatrice di potenza, e così avara di giustizia nel mondo. Credi tu che di questa potenza m'importi? Credi tu che mi prema del regio fasto, dell'impero accresciuto e di questa Babilonia, che un mio cenno ha creata? Io sono più superba a gran pezza; mi paragono alla stella che trascorre veloce lo spazio e non cura il solco di luce che lascia dietro di sè. Mi spegnerò come ho vissuto, splendendo; ma non vo' che nulla offuschi a' tuoi occhi il mio raggio; non l'amor tuo, la tua stima domando. So quali ragioni t'abbiano mosso alla fuga; Sumàti, innanzi di cercare spontaneo la morte nelle acque salse di Van, mi ha confessato ogni cosa. Tu fosti vittima di un'empia macchinazione, che l'abisso non poteva immaginar la più nera. Per darle a' tuoi occhi colore di verità, un tuo fedele ti ha venduto ai nostri comuni nemici.