— Un mio fedele! — sclamò Ara turbato. — Altri non meritò più questo nome, che Bared. Impossibile! Bared pugnava al mio fianco. Non tradiscono i valorosi. Fatto prigione con me, perchè non lo vedo io al mio fianco? —

Tosto, ad un cenno di Semiramide, fu cercato per ogni dove l'infido scudiero del re. Ma invano. Bared, nel muoversi dei prigioni da Armavir, profittando della confusione in cui era l'esercito, avea preso la fuga, nè più s'era avuta nuova di lui.

— Tu lo vedi, o regina? — disse Ara, con piglio severo. — Anche Bared, l'ultimo testimone, ti manca. Egli pure, come Sumàti....

— Basta! — tuonò la regina, il cui sangue si rimescolò tutto e riarse, come le fosse penetrato un dardo rovente nel cuore.

E furono le ultime parole di lei. Composta negli atti, grave nell'aspetto, ma fieramente combattuta nell'animo, vacillante, smarrita di sensi, uscì la misera donna. Ella non era più Semiramide; non era più la regina. Sì, ben lo sentiva in quel punto; la sua fortuna era fuggita per sempre; la dura mano di Nisroc si aggravava su lei.

A che più combattere? Per quali speranze? A qual pro? È dei giovani il travagliarsi, durare aspre fatiche animosi; dei giovani, che hanno il futuro davanti a sè, per chiamarli colle arcane sue voci, stimolarli colle sue confuse promesse. Ma il vecchio, deserto d'ogni promessa e d'ogni speranza, a che tenderebbe i nervi e l'ingegno, conscio pur troppo che pochi passi più oltre una fossa lo aspetta? Così Semiramide, a cui la gioventù splendeva ancora sul volto, ma più non esultava nel cuore. Vivere, vincere, regnare, perchè? Non è grata fatica, dove manchi la speranza del premio. È vanità rialzare un trono, su cui non abbia a sedere che un'ombra. Cedono allora, cedono le anime grandi ai più profondi sconforti. Gittar l'opera di tante braccia obbedienti, spargere inutilmente il sangue proprio e l'altrui, peggio che errore non è forse un delitto? E varrà egli per avventura, contro queste voci della coscienza, il dire che giusta è la causa per cui si combatte? Sarà scusa bastevole al cospetto del mondo, o conforto per sè, l'aver combattuto per seguire sua generosa natura?

Chiusa nel silenzio delle sue stanze, la regina pensava. Che aveva ella fatto di così reo, da meritarle un tal scempio? Vedova di Nino, aveva, più ancora che colle sue vittorie, colla temuta altezza del nome, formato il più vasto impero che fosse mai; aveva recato un sorriso di grazia nella forza, un raggio di serena maestà nella ferocia di que' prepotenti Cussiti. Luce e bellezza è la donna nel mondo; solo quando ella vi apparve, credettero gl'immortali che Dio avesse compiuto l'opera sua. Tale era stata Semiramide sul trono degli Accad, luce e bellezza all'impero. Ma forse l'alba dei leggiadri costumi non era anche spuntata, ed ella, precoce apparizione, dovea rimanere come un gentile esempio ai venturi, meteora luminosa in quelle tenebre lunghe.

Cionondimeno, era egli forse un delitto lo aver tentato di raggentilire i culti disumani e rozzi, lo avere raunati tanti sparsi popoli in un grande consorzio, lo aver recati i benefizi d'una civiltà nascente su tanta parte della terra? E di che, se Giustizia celeste presiede all'opere umane, di che era ella punita? D'esser donna e pietosa, d'aver confidato negli uomini, d'averli reputati magnanimi e schietti al pari di sè, di non aver creduto alle tenebre perchè essa era la luce, al livore perchè essa era la bontà, all'ingratitudine, alla viltà, al tradimento, perchè essa era la generosità, la grandezza e la fede. Sì, quella era colpa sua, nè doveva per ciò muover lagno agli Dei. Ah, come avrebbe voluto mutarsi allora, farsi tutt'altra da quella di prima, esser barbara, incrudelire, operare il male, come tanti nel mondo, per la sola voluttà del male! Ah, se quel tristo adolescente, quel mostro di perfidia precoce, non fosse uscito dal suo grembo, come le sarebbe bastato l'animo di entrare in Barsipa col ferro e col fuoco, e là, al sommo della torre, costringerlo a bere il sangue del suo Zerduste e del gran sacerdote di Belo, confitti a lungo martirio sugli altari bugiardi!

Ma ella era madre; era magnanima e pia; i feroci pensieri trascorreano veloci nella sua mente, a guisa di nuvole rotte in un cielo sereno. La nobile creatura non poteva mentire all'indole sua; doveva struggersi nel suo dolore impossente e cadere, se così voleva il destino.

Gli eventi incalzavano. Medi, Persi, Elamiti, si erano ribellati ai governatori delle provincie. Le torme loro muoveano minacciose dai monti, alla volta del Sennaar; cotesto recavano i frettolosi messaggi, come nel profetico sogno della rocca di Van. Fortuna estrema per lei, che i popoli sollevati non si fossero posti prima in cammino, come, nella veemenza de' suoi desiderii, aveva sperato Zerduste! Frattanto egli bisognava spedire un buon nerbo di valorosi ad affrontarli; ella stessa avrebbe dovuto correr laggiù, coglierli alla sprovveduta e sconfiggerli. Ma come uscire di Babilonia, come sfornire la città di soldati, mentre i ribelli erano così numerosi in Barsipa e dall'alto delle mura certo spiavano l'occasione di rifarsi alle offese?