Inoltre, Babilonia non era sicura, vacillava nell'obbedienza. I grandi, forza e decoro della città, si erano allontanati con Ninia; il popolo rimaneva ma inquieto, cruccioso, sbigottito tra i mali presenti e l'incertezza del futuro. Cessate le feste, rovinati i commerci, rotte le consuetudini d'una vita facile e piana, a cui era necessaria la prosperità di tutto l'impero, ben si scorgeva che il ritorno della pristina pace non era più possibile oramai senza varcare un'altra sequela di durissime prove. E d'ogni cosa (siccome avviene in mezzo alle pubbliche calamità, che fanno gli animi ingiusti) si accagionava l'autorità più vicina, quella a cui sarebbe bisognato dar forza per uscire con essa d'angustie; s'accagionava Semiramide, la regina vera, l'autrice di tanta prosperità passata; non Ninia, il ribelle, delle cui grandi opere, delle cui felici impromesse, null'altro per anche era noto, fuorchè il suo tradimento.
Gran colpa agli occhi del volgo, un'ora di mutata fortuna! A Semiramide niente giovava aver tante cose operato per la felicità di quel popolo. Che era per costoro il passato! Un generoso liquore bevuto a rapidi sorsi, un'ebbrezza, un sogno felice, di cui non si serba gratitudine, e molto è se la memoria rimane. Del presente la si accusava, del triste presente, di ciò che la regina non avea fatto per soggettarsi il destino, di ciò che Ninia, Zerduste, complice il popolo di Babilonia, avevano perpetrato contro di lei.
Intanto lutto, squallore e tumulto per ogni dove. In mezzo all'abbondanza, si pativa difetto d'ogni cosa. Col pretesto della pugna imminente, si smetteva il lavoro; si domandava pane, e avutolo si chiedeva che fossero aperti i granai. Nè di minore ansietà era cagione l'esercito. Tutte quelle migliaia di guerrieri d'ogni nazione, forti e compatte schiere all'aperto, riuscivano colà branchi disordinati e turbolenti, facili a scorarsi, più facili a secondare, che non a contenere ne' suoi vaneggiamenti, la plebe.
Emissarii di Zerduste, fautori di ribellione, correvano di continuo tra le file. Erano popolo, nè poteva sospettarsi di loro.
— Contro chi combattete? — dicevano. — E per chi? Doloroso è morire, quando a nulla giova la morte. Sapete a cui siano propizi gli Dei? Non certo a Semiramide! La sua stella è tramontata, dopo ch'ella ha voluto sacrificare agl'idoli stranieri. Ninia ha da essere un giorno il re nostro; a che combatterlo oggi? Egli è oramai al suo sedicesimo anno, e l'ha educato al regno la savia tutela di Zerduste. Egli è ragionevole che, cresciuto negli anni e nella saviezza il discendente di Nemrod, lo scettro continui ad esser impugnato da una fragil mano di donna? Compagna la fortuna ed auspice la gran memoria di Nino, costei ha potuto condurre innanzi malagevoli imprese, altre lasciarne a mezzo, senza troppo suo scorno. Oggi, abbandonata dal favore dei cieli, esce in mostruose follie. Il miglior sangue di Babilonia s'è sparso inutilmente nelle gole d'Armenia. Il vostro si spargerà inutilmente del pari sotto le inespugnabili mura di Barsipa, con alto rammarico dei vostri cari, che v'aspettano tremanti alle case natali. Ninia vi darà pace; egli vi rimanderà liberi e ricchi alle vostre contrade. Che può darvi oramai Semiramide, se non certezza di forsennati assalti e di morte ingloriosa? tra breve incalzeranno alle porte i popoli sollevati dalle regioni orientali. Avremo guerra dentro e fuori, carestia, desolazione, esterminio. Che farete voi, uomini di Elam, voi Medi, Persi, Ariarvi, cavalieri animosi; su cui Semiramide fa assegnamento per distruggere il popolo delle quattro favelle? Uscirete voi in campo aperto, spingerete i baldi corsieri contro i vostri fratelli di sangue, scesi dai monti in aiuto del legittimo re? —
Con arti siffatte era tentata e scossa la fedeltà dell'esercito. Nè più molto occorreva; forse una lieve occasione dovea bastare a discioglierlo.
— Viva Ninia, in perpetuo! — già avevano incominciato a gridare i nativi del Sennaar.
— E Anaìti, con lui, la vezzosa regina! — soggiungevano i popolani. — Quella è nostra, nata del nostro sangue più schietto. Felice chi la vedrà, come noi l'abbiam veduta, passare per queste vie, bella come il sole nascente, e dall'alto del suo cocchio d'argento e d'oro sparger sorrisi e saluti, come sparge fragranze il fiore della mandragora. È dessa, Anaìti, la vera rosa del Sennaar; la venturiera d'Ascalona più non usurpi quel nome. —
E scorreva, tra i dissennati, scorreva, versato largamente nei calici, il liquor della palma. Cittadini e soldati, dopo aver maledetto alle regali follie, pianto sui mali presenti e sui temuti danni futuri, gozzovigliavano, infingardivano, tumultuavano insieme.
I capitani delle squadre, giustamente inquieti, andavano a consiglio presso la regina.