— I soldati, sparsi tra il popolo, avranno perduto ogni ritegno ben presto; la licenza e la ribellione son penetrate nel campo. Bada, o regina; se i rivoltosi di Media giungeranno alle porte, con quali forze andremo noi a combatterli? —

Semiramide, oppressa da tanta rovina, perduta nel suo ascoso dolore, non sapeva a qual partito appigliarsi. Dar tosto l'assalto a Barsipa? Sì certo era quello il più saggio consiglio; e là, o vincere, o morire! Ma il suo cuore materno tremava. Infatti, come mai, senza mandare in fiamme il covo dei ribelli, avrebbe ella potuto metter piede colà?

Faleg, sempre costante nella sua fede e ammonito dalla necessità di uscir presto da quella incertezza, propose un suo divisamento alla regina.

— Se tu tentassi di bandire una tregua, e di chiamare a parlamento gli anziani di Babilonia, insieme coi grandi rifuggiti in Barsipa? Tu udresti ciò ch'essi dimandano; essi le tue proposte, o signora. Imperocchè, tu lo vedi, questa inerzia è fatale. O assalire i baluardi, o calare agli accordi, ma subito!

— E sia, come tu saviamente proponi! — rispose la regina. — Vengano a parlamento e dicano l'animo loro qual è. —

Indettatosi d'ogni cosa con lei, Faleg esce sollecito dalla reggia e manda gli araldi per la città. Egli stesso sale arditamente in arcione e s'avvia, con pochi uomini di scorta, a Barsipa. Giunto a' piè delle mura e fatte squillare le trombe, così parla ai ribelli:

— In nome della possente signora degli Accad, cui Nebo ha concesso l'impero dello scettro e la vittoria della spada, a voi cittadini e difensori di Barsipa, tregua è proposta da questo momento fino all'alba di doman l'altro, che sarà il trentesimo giorno di Tana. I soccorsi, che voi attendete dalle terre del sole oriente, non giungeranno prima di sei giorni in vicinanza di Babilu. Così recano i nostri esploratori; vedete voi medesimi se vi confortino più felici notizie. In questo termine, io ve lo annunzio, Barsipa sarà espugnata col ferro e col fuoco. Or dunque, accettate la tregua, e quale di voi l'abbia grato, purchè sia dei maggiorenti di Kiprat Arbat (o principe tra i suoi, se straniero alla terra del Sennaar), venga a parlamento nella reggia, insieme cogli anziani di Babilu. Udrà la regina le proposte de' suoi avversarii e che cosa essi chiedono da lei per far posare la guerra; ella dirà ciò che da loro s'aspetta, o che può loro concedere. Liberi e sacri gli inviati di Barsipa; maledetto dai sommi Dei chiunque, durante la tregua, tenterà cosa alcuna a danno del suo più odiato nemico. —

CAPITOLO XXII. Il bivio.

Dispiacque la proposta in Barsipa. Che vuole costei? dimandavano i ribelli, radunati a consiglio. Qual nuovo inganno si cela in questa tregua, che ella ci profferisce? Tarderanno ancora parecchi giorni i soccorsi di Media; che importa? Le nostre mura sono salde e ingegni di guerra non mancano a noi, per respingere i minacciati assalti della regina. Alla perfine, di quali speranze si nutre, col popolo avverso e l'esercito mal fido? E non è forse da credere che ella tema più di noi l'esito di quest'ultimo scontro? Di certo, le è giunto all'orecchio che domani, dal sommo della gran torre, i Casdim chiameranno solennemente sovr'essa la maledizione degli Dei, e questa sua profferta è intesa a scongiurare il pericolo. Ella ben sa che il popolo di Kiprat Arbat, servo riverente dei Numi, si solleverà contro di lei, dichiarata sacrilega, e l'esercito, in cui è tanta parte dei figli del Sennaar, piglierà ansa a sostenere le ragioni del popolo. No, si risponda a Faleg, non tregua, nè accordi!

Vinceva per tal guisa il partito di respingere la proposta. Ma Zerduste, che fino a quel punto aveva serbato il silenzio, si oppose.