Di contro ad uno di questi scompartimenti della sala, ergevasi il trono di Semiramide, alta e splendida mole d'argento e d'oro, sormontata da un padiglione di bisso e sorretta da figure di popoli vinti, alla quale si ascendeva per parecchi gradini, coperti da un sontuoso tappeto. Il cerchio e la immagine alata, simbolo della divinità, splendevano per aurei riflessi e per vivezza di smalto sopra lo scanno della regina, e intorno a questo, distribuiti sui gradini dei trono, stavano immobili ed ossequiosi i flabelliferi, con alti ventagli di penne di pavone, i melofori, con le armi in pugno, significanti la virtù guerriera di Semiramide, e i portatori di scettro, interpreti e ministri de' suoi cenni regali. Seguivano le nobili compagne della regina, sfoggiatamente vestite: indi tutti gli altri uffiziali di corte digradanti man mano, tanto erano essi numerosi, lungo le pareti della sala. Tutt'intorno, poi, guerrieri sfavillanti nell'armi, suonatrici d'arpa e di cetra, musicisti in buon dato, ancelle e schiavi, diversi di nazione e di foggie.

Semiramide, bella come il sole nascente, sfolgorava dall'alto. La copriva dalla radice del collo insino alle piante una tunica di bisso, tinta in violetto di porpora marina e partita in mezzo da una larga striscia bianca, intessuta di ricami d'oro e di gemme. Una sopravveste, simile al peplo argivo, scendeva in molli pieghe dal colmo seno, rattenuta da un'aurea cintura e coperta a mezzo da una gorgiera a sette filze di pietre preziose, agate, onici, crisoliti, lapislazzoli, perle d'ambra, ligurini e giacinti. Le bellissime braccia apparivano ignude infino al sommo degli òmeri, e armille d'oro, e anelli gemmati, ne facevano risaltare vieppiù la marmorea bianchezza. Nella destra teneva lo scettro; insegna del comando; nella sinistra il fiore del loto, emblema delle sue conquiste fin sulle rive dell'Indo.

Una gioia profonda e calma traspariva dal volto della regina, il cui riposato atteggiarsi, lasciando i soavi contorni in tutta la loro serena maestà, diceva l'onesto compiacimento della bellezza, che è sicura di vincere dovunque ella si mostri. I suoi grandi occhi neri, accortamente allungati, giusta il costume orientale, la mercè di sottilissime linee, impresse con polvere stemperata d'antimonio, tramandavano una luce intensa e penetrante, come di zaffiro incontro ai raggi del sole.

Per mezzo alla gran moltitudine regnava un alto silenzio, che dimostrava sol esso la regia potenza di Semiramide, più che non la raffigurassero agli occhi del re d'Armenia tutte le splendidezze di quella sala, in cui mettea piede, guidato dal gran maggiordomo.

Poco prima di introdurlo al cospetto del trono, questi avevo detto al giovine re:

— Sai tu, mio signore, qual sia il nostro costume, nell'accostarci, umili, o grandi, alla maestà regale?

— Io no; — aveva risposto Ara; — e qual è il vostro costume?

— Prostrarci a terra e adorare. Sì, — ripigliava il gran maggiordomo, notando un gesto di ripugnanza del principe, — la più bella delle nostre leggi è questa, che ci comanda di onorare i re e di onorare in essi l'immagine degli Dei conservatori d'ogni cosa creata. A te, mio signore, omaggio in Armavir, come a Semiramide nella sua reggia di Babilu. —

Il re d'Armenia, bene intendendo il senso risposto di quella distinzione del suo introduttore, non avea più fatto parola; e, lasciandolo inconsapevole de' suoi propositi, era entrato nella sala di Nemrod, avviandosi con passo modesto, ma sicuro, in mezzo a quelle due ale di cortigiani, che si prolungavano, lasciando vuoto un grandissimo spazio, dai lati del trono all'ingresso.

Lungo era il cammino, sterminatamente più lungo tra quella doppia fila di sguardi, che egli ben sapeva tutti rivolti sul nuovo venuto. Ma Ara non sentiva turbamento di ciò; bensì gli cuoceva di aversi a por ginocchioni, come ogni altr'uomo, davanti alla signora di Babilonia, e veniva appunto maturando in cuor suo il proposito di ristringere l'ossequio ad un cortese inchino, che egli del resto avrebbe fatto di gran cuore alla donna. Foss'ella stata la sua divina amica! Come sarebbe caduto volontieri ai piedi di lei! Altra maestà sopra la sua non conosceva il re d'Armenia fuor quella.