Andando così verso il trono, avea intravveduto, come in barlume, uno stuolo di donne, e il cuore gli avea dato un sobbalzo. Ah, foss'ella nel numero! E ciò pensando, s'era fatto in volto del color della porpora. Intanto un mormorio di ammirazione, correndo sommessamente tra la folla, salutava l'apparire di quel leggiadro garzone, la cui bellezza accresceva decoro al grado, più assai che il grado non facesse risaltar la bellezza.

Giunto egli finalmente a' piedi dei trono, si fermò, e, recatasi la destra al petto, chinò il capo davanti alla regina, di cui non aveva pur contemplato il sembiante.

— Gran Semiramide, vivi in perpetuo! — egli disse.

— E tu pure, nobil sangue d'Aìco; — rispose una voce melodiosa dall'alto.

Tremò egli in udirla, e il sangue, acceso ai memori suoni, gli scorse con impeto al cuore. Alzò gli occhi a guardare e li abbassò prontamente, come abbacinato da una gran luce; indi gli parve di aver male veduto e risollevò le pupille, ma per chinarle da capo. Fu un batter d'occhio, fu un lampo; e in quel lampo si stemprò la fierezza del giovine, che cadde allora sulle ginocchia, contro i gradini del trono.

Semiramide gli era venuta incontro amorevole e lo aveva preso per mano. Egli, a stento rimettendosi in piedi, ma non riavutosi del colpo, la guardava inebriato e confuso.

— Regina.... — balbettò egli, nel rialzarsi da terra.

— Atossa! — gli susurrò la regina all'orecchio, con carezzevole accento.

E presa la benda di perle, che un donzello recava, insieme con lo scettro, sopra un ricco cuscino, la rimetteva con le sue mani sul biondo capo di Ara.

— Sorgi, re d'Armenia! — diss'ella con piglio maestoso. — Ecco il tuo scettro; impugnalo per la felicità del tuo popolo, come hai impugnata la spada, per terrore de' tuoi nemici. Figlio d'Aràmo, tu non sei tributario di Semiramide, ma alleato ed amico. —