Erano inoltre portati sul desco, fagiani piumati, pernici, ova di struzzo, pesci, nottole di Barsìpa, conservate nel sale, olive, porri e cipolle di Mesraim. Andavano da ultimo in giro i bossoli di cedro, leggiadramente intagliati, che serbavano i condimenti e le salse; grani d'amòmo, che dànno odor così vivo; di aneto, che stimola le forze inerti o languenti; di comino etiopico, che rende più facile il bere; di silfio cirenaico, il cui succo spremuto è la più gradevole, ma altresì la più dispendiosa lautezza del mondo.

Ad ogni nuova imbandigione si udivano concerti di arpe, di cetre e di flauti, che accarezzavano mollemente l'orecchio. I musicisti non erano già nella sala del convito, bensì tra le piante dell'attiguo giardino; donde avveniva che i suoni, più rimessi e più blandi, come di musica lontana, non soverchiassero i lieti ragionari, che fanno più grato il piacer della mensa. Luce, abbondanza di cibi eletti, splendori dell'arte, fragranze ed armonie, formavano un misto di gaudii ineffabili, una vera festa, un tripudio dei sensi.

Il re d'Armenia, attonito, quasi smemorato per maraviglia di tante grandezze che lo attorniavano, confuso da tanta novità di casi che lo avean sopraffatto in un giorno, più ancora inebbriato dalle acri sensazioni d'un amore che così apertamente dimostrava la irresistibile potenza dei fati, sedeva alla destra di Semiramide. Di rincontro a lui il saccanàco, o gran sacerdote, vicario degli Dei di Babilonia; più lunge il principe dei Medi, l'onniveggente Zerduste; indi, seduti in ordine, secondo l'altezza del grado, i primarii uffiziali del regno.

Lontano era Ninia; ma il regio adolescente non era uso assidersi alla mensa materna, nè partecipare alle solennità della corte. La maestà del dispotismo orientale non consentiva divisioni d'impero, o di gloria: soltanto il re, il malca divino, dovea stare al cospetto de' suoi grandi, servitori tutti, ossequienti e paurosi, nè altrimenti sceverati dal volgo, se non pel regio favore, mutevole a guisa di vento; nè altri del suo sangue poteva, lui vivo e regnante, emergere dall'ombra discreta del ginecèo, per offrirsi alla vista e all'adorazione de' sudditi.

Oltre di che, il giovinetto non era egli felice in quell'ora, fuori le porte di Babilonia, al fianco della sua diletta Anaiti? I due colombi gemeano sommessamente il loro cantico de' cantici, in riva all'Eufrate, sotto i palmeti di Gomer. Così avea consentito Zerduste, l'affettuoso maestro.

Il principe dalla mente profonda e dallo sguardo acuto, sedeva calmo, tranquillo, impassibile, alla mensa di Semiramide. Avea egli amata mai la regina? Ciò, pel volgo dei riguardanti, era chiuso nel più alto segreto. L'amava egli ancora? Non ne traspariva nulla da quell'aspetto marmoreo. Semiramide istessa, così avvezza a scernere l'amore negli ossequii ond'era attorniata, Semiramide istessa, se avesse potuto in quell'ora rammentarsi d'alcuna cosa che non fosse il suo ospite, e volgersi a scrutare quel muto sembiante, a interrogare il lume di quegli occhi raccolti, non avrebbe potuto per fermo ravvisarvi i segni dell'antica fiamma. Amore che non si gradisce, poco si vede e facilmente s'obblia; inoltre il sentir di Zerduste era d'uomo altero, misurato negli atti, geloso custode di sè; non altro poteva egli vedersi del cuor suo, se non ciò che a lui medesimo talentasse mostrarne.

Covava egli vendetta? O rodeva, impaziente e cruccioso, il freno della servitù del suo popolo? Mare profondo cela nel grembo oscuro il segreto delle sue collere e limpido azzurreggia il suo dorso, poco prima di sollevarsi in legioni di flutti e di scagliarsi impetuoso alla riva. Tale era Zerduste, riverito abitatore della reggia di Babilonia, maestro di saviezza al futuro erede dello scettro di Nemrod, ammesso ai consigli della gran vedova di Nino. E Ilu, e Nebo, e tutta la schiera de' sommi Dei, comportavano ciò? Ahimè, forse neppure vi ponevano mente; quelle vivide luci fiammeggianti dalla vôlta celeste, vigili in apparenza, non si prendevano cura delle cose mortali. E i Casdim, sapienti indagatori del corso degli astri, niente leggevano per entro agli arcani dell'anime. Eglino, o forse non ancora ordinati a sospettoso collegio d'ambizione sacerdotale, o forse più intenti a temperare l'onnipotenza dei re, che non a sgominarne i nemici, non pigliavano ombra di quel taciturno, entrato così innanzi nella confidenza della reggia.

E sedeva egli a mensa, sorridendo e favellando dimesticamente coi vicini, a cui il bere snodava la lingua e annebbiava l'intelletto. Ma, così ascoso in quella confusione di allegrezze, in quel deliziarsi dei sensi, lo spirito suo aleggiava non visto, invigilava le parole, gli atti e gli sguardi. E certo in cuor suo non doveva esser lieto; imperocchè l'amore è possente come la morte e la gelosia aspra più dello inferno.

Frattanto, il re d'Armenia era parco di parole oltre l'usato, chè l'interno tumulto degli affetti non gli consentiva d'esser loquace. Molto, per contro dicevano gli occhi, donde traluceva la profonda voluttà, bevuta a lunghi sorsi dal viso dell'amata. E gli occhi di Semiramide erano spesso rivolti su lui, in ciò accordandosi alla prepotenza del desiderio, al debito delle cortesie ospitali. In quegli sguardi erano lampi, raggi di vivissima luce, che lui felice investivano e gl'infiammavano il sangue. Dov'eri tu, in quell'ora, o Sandi, o rimpianto amico della sua giovinezza? Dove eravate voi, severi ammonimenti dell'oracolo, parlante dai sacri platani di Peznuni?

Così è l'amore, inebbriante più del vino generoso, datore d'obblio più che non fossero le favoleggiate acque di Lete. E infine, non è egli ragionevole che ciò sia? Non viviamo noi forse per l'amore, per questo soave portato del nostro essere, per questa parte più eletta delle nostre affezioni? Ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, non si riferiscono forse a questo argomento della nostra operosità, a questa cagione dei nostri errori, a questa meta fatale del nostro viaggio? Come l'ape lavora istintivamente a riempire il suo favo di miele, non ci affatichiamo noi con assidua cura a comporre questo splendido inno, unica glorificazione che ci sia consentita, alla virtù ignota e possente che compenetra il mondo? Gli è un sorriso di donna (adorabile sorriso, sebben misto di lagrime) che ci saluta in sul nascere, ed è un sorriso di donna che può farci men triste il morire. Guai a chi è solo! ha detto il savio; ed egli per fermo accennava alla donna; imperocchè l'uomo è nulla, senza l'amore; son tenebre ed ombra di morte, ove raggio d'amore non splende. L'inferno, spaventosa visione dell'uomo, che primo tremò, al prolungarsi soverchio d'una notte jemale, non avesse a ricomparir più il sole nel firmamento, l'inferno è luogo muto d'ogni luce e d'ogni calore ai viventi; ora, calore è affetto e luce è bellezza. Date all'uomo la sua dolce compagna, ed egli n'avrà lume d'inspirazione, ardore di grate fatiche. L'antichissimo fondatore dei civili consorzii non fu del tutto infelice, potè consolarsi del suo gramo destino, se donna innamorata lo seguì, portando volonterosa con lui il peso della maledizione celeste.