Ed essa, la dolce compagna, senza di lui, che sarebbe? In lui si compie il suo destino; in lui è il sostegno e la guida; egli il fiore ed ella il profumo; l'uno all'altro necessarii a vicenda. Date l'uno nelle braccia dell'altro e il mondo è in essi; rinascerebbe, se più non fosse, in quelle due vite confuse, e il passato, il presente e il futuro, memorie, gioie, speranze, tutto eglino sono a sè stessi; donde appar manifesto che possano viver da soli, senz'altra compagnia di viventi. E che questa sia lieta esistenza, un grande amore alcuna volta il dimostra. Un grande amore; ecco il divino tra tutti i misteri, altare e tempio a sè stesso! L'universo è contorno necessario e fatale, soventi volte giudice iroso, sempre testimonio increscevole. Che farci? Si vive, obliandolo; lo si comporta qual è, gli si perdonano le molestie che arreca, ma a patto di non mescolarsi a lui, di non seguirlo ne' suoi indirizzi volgari, di non vivere della sua vita. L'aura, pregna di soavi fragranze, rapite ai boschi natali, passa rasente alle case degli uomini e segue noncurante il suo corso. I tristi vapori dell'abitato ne turbano la delicata essenza, pur troppo; ma lunge di là, sotto la luce purissima del sole, per mezzo ai rami della selva vicina, la gentil vagabonda si rinfranca, si rinnovella e dimentica.
La natura offre talvolta di simiglianti magnificenze, a far prova del suo sterminato potere. L'aquila nei cieli, il leone nel deserto, il baobab nella selva, sono le sue meraviglie. Ella ha innalzato rupi, che cacciano la vetta infin tra le nuvole, argomento di pauroso stupore ai riguardanti; ella ha prodotto fiori di così acute fragranze, che l'uomo non può respirarle senza pericolo. Ella di tanto in tanto dà vita a que' forti intelletti, che grandeggiano per mezzo alla universale pochezza e governano e mutano a lor posta gli eventi; ella accende quelle gagliarde passioni che splendono, fari solitarii ed eccelsi, nella penombra degli affetti volgari. Bellezza e gioventù, forza e intelligenza, si vanno incontro desiose, si abbracciano, si confondono; e son prodigiose le nozze, come di giganti innanzi ad un popolo di pigmei. Invero, che sono quelle migliaia di amori fuggevoli, esangui, mal vivi, al paragone di queste gagliarde, intense e luminose passioni? Gran mercè se alla picciolezza infinita delle umane cose è dato di essere pavimento umilissimo all'ara, su cui si sposano queste superbe inconsapevoli fiamme. Così il genio di Omero vide il monte Ida, ricinto di nubi gelose, esser talamo agli amori di Giunone e di Giove, mentre laggiù, sulle rive dello Scamandro, si azzuffavano due popoli, sperando testimoni alle lor collere i Numi. Quest'alta dimenticanza è la misura di cosiffatti amori possenti, superiori di tanto alle meschine consuetudini umane.
Così, in mezzo all'esultanza del convito, la regina e il suo ospite, l'uno nell'altro felici, aveano dimenticato ogni cosa. Ara pensava che ella era innocente e calunniata, quella bellissima tra le donne, quella potentissima tra le regine. La vicinanza di lei cancellava dalla sua mente gli infausti presagi dell'oracolo. Unico dolore il pensiero di dover tornare, indi a non molto, in Armenia, alla sua reggia d'Armavir, ora più triste e desolata di prima. Ed anche questo pensiero ei lo avea cacciato lunge da sè. Il destino, che lo avea gettato inconsapevole nelle braccia di Semiramide, non avrebb'egli operato un altro dei suoi alti prodigi?
Ed ella, frattanto, pensava che il suo trono era così grande, da potervi accogliere l'eletto del suo cuore; così splendido, da non dovervi accogliere che lui, il più leggiadro degli uomini. Non erano essi fatti l'uno per l'altro? E la natura, creandoli, non aveva per l'appunto mirato a tal fine? Così nella mente di quella donna innamorata, il mondo, Babilonia, la reggia, altro non erano che un'immensa piramide, innalzata da Nisroc, dal signore delle sorti, per collocarvi il loro amore, intenso, sfolgorante, glorioso sul vertice.
E gli occhi suoi dicevano tutto ciò all'inebbriato garzone.
Intanto erano levate le mense, e, pel cader delle ombre notturne, tolti dal colonnato i velarii, che facevano impedimento alla brezza ristoratrice. Misteriose luci splendevano in mezzo alle piante del giardino; in alto, disseminate per la vôlta di zaffiro, scintillavano le stelle.
— Sien grazie agli Dei! — disse il saccanàco, levando al cielo le mani. — Da essi ci viene ogni cosa. Il mondo si inchina obbediente a Babilu, che li onora e li venera.
— Ed ora, — parlò la regina, — mentre Sin, co' suoi miti chiarori illumina il mondo e così dolce è il riposo allo spirar della brezza notturna, si rechino a noi gli annali di Babilu. Il nostro gentile ospite d'Armenia conoscerà da essi la nobiltà dell'amica gente degli Accad. —
A quelle parole di Semiramide, il gran maggiordomo si alzò per andare all'ingresso, dove, ad un suo cenno, comparve sollecito lo scriba, della setta dei Casdim, al quale era dato in custodia l'archivio delle memorie babilonesi.
Venuto innanzi alla regina, lo scriba si prostrò fino a toccar colla fronte il suolo.