Brancolando con le palme distese lunghesso le mura, proseguì allora il cammino e potè sincerarsi che le scale giravano a pozzo, coi loro ripiani tutti ad uguali distanze. Però, abbastanza spedito, siccome gli veniva fatto, procedendo tentoni, andava egli allo ingiù, null'altro udendo che il rumor dei suoi passi, sordamente ripercosso nel vuoto. E nello scendere, gli ricorrevano al pensiero i lieti splendori del convito, gli sguardi amorosi della regina, tutte le allegrezze di poche ore addietro, finite così malamente per lui, in quel buio, in quel silenzio di tomba.
Per altro, seguitando egli a calare nel cieco abisso, incominciò ad udire un suono lontano, come un susurro, un mormorio dal profondo. Da principio, gli parve inganno dei sensi; ma il suono si faceva più distinto; nè egli poteva intendere che fosse, poichè di voci umane non gli pareva certamente. In quel mezzo anche un po' d'aria manco soffocata era venuta a soffiargli sul viso. Certo ella spirava da fori aperti nello spessore dei muri. Intanto il suono cresceva, cresceva, sordo, fragoroso, fiottante; indi, da sotto che egli l'udiva, incominciò a farglisi sentire di fianco, e poscia sul capo, a grado a grado men forte, mutato in brontolìo sommesso, fino a tanto si tacque del tutto, lasciando il giovine Ara nel sepolcrale silenzio di prima.
Egli argomentò che quel fragor d'acque scorrenti venisse dall'Eufrate vicino, e che, mettendo la scala sotto il gran fiume, la incognita meta del suo tenebroso viaggio non dovesse ormai esser lunge. Nè male erasi apposto nel suo giudizio. Diffatti, pochi istanti dopo, il pozzo delle scale finiva, ed egli, sempre attenendosi alla parete, conobbe di inoltrarsi sul piano, per un androne sterminato, in fondo al quale gli parve di scorgere un lieve barlume, simile a quello che precede, nelle fredde regioni, il sorgere di un nebbioso mattino.
Guidato da quel tenue filo di luce, il giovine studiò il passo per afferrare la meta. Ma, giunto colà, si avvide che il suo viaggio non era anche finito. L'androne riusciva ad una svolta, d'onde un più vasto sotterraneo gli si parò improvvisamente dinanzi.
Il chiarore là dentro appariva men fioco, ma incerto sempre, confuso, torbido di vapori, che davano sembianza di un denso fumo. Per altro, nessun senso di oppressura al petto, o di irritamento alle palpebre, accennava a cotesto; senonchè, per mezzo a quella nube immobile e fissa, tornava malagevole discerner la via a pochi passi più oltre.
Il re d'Armenia, abbacinato, ristette sotto il grand'arco dell'ingresso, che era sorretto da smisurati piloni. Doveva egli commettersi là dentro? Doveva egli dar volta? Prima di appigliarsi ad un partito, volle averne l'intiero, e con voce sonora, con accento deliberato, gridò:
— Ho io fallita la strada? —
CAPITOLO IX. La porta di bronzo.
La voce del re d'Armenia si ripercosse, più e più volte ripetuta sotto le invisibili arcate. Egli per alcuni istanti aspettò inutilmente una risposta. Alla perfine, una voce si udì, o, a dire più veramente, un'eco di voce lontana, che gli diceva:
— No; fàtti innanzi per mezzo ai vapori, se brami giungere a noi. —