E come sapeva egli infingersi! — «A domani! gli aveva ella detto, nel prendere commiato da lui. Debbo conferire di gravi cose con te.» — Ed egli aveva ricambiato il dolcissimo invito con un sospiro che pareva sprigionarsi dal cuore, e dirle tutto ciò che le sue labbra non poteano in quel punto. — «Ed è la regina che mi parlerà domani?» avea chiesto. — «E te ne duole?» — «Oh no, soggiungeva egli tosto; ma le parole di Atossa tornano più soavi al mio cuore.» — Così dicendo, l'avea come involta in uno sguardo d'amore infinito. E mentiva! Mentivano gli sguardi, mentivano le parole, mentivano i sospiri!
Ma in chi ed in che cosa, creder più oltre nel mondo? È egli dunque vero essere di tali uomini sulla terra, che dotati d'un fascino pari a quello del serpente, tirano i cuori inesperti a metter fede in esso loro, ne suggono avidamente il meglio e li gittano avvizziti lungi da sè? Si mostrano e vincono, la resistenza è impossibile; che anzi, gli è un desiderio, una voluttà una beatitudine il cedere. Onnipotenza del male! E i sommi Dei la consentono?
Ella, invero, non si sentiva colpevole di arrendevolezza soverchia. In così solenne occasione s'era egli offerto ai suoi occhi! Il tempio, il momento della preghiera a Militta, la sovrumana bellezza di lui, il suo medesimo invaghirsi d'una donna velata, che potè farle credere esaudito il suo voto, il regio sangue, la generosa foga dell'animo, che pareva candido come la neve dei suoi monti natali, la soavità dei modi, i sacri giuramenti, tutto aveva contribuito a soggiogarla. Quale altra donna, cui fosse vuoto il cuore e desideroso d'affetto, non avrebbe ceduto del pari? Ed ella erasi data in balìa di quell'uomo, ella, Semiramide, la fortissima donna, che in ogni altra occasione avea saputo comandare a sè medesima, tanto era avvezza all'impero!
E datasi appena, vedersi tradita! Che più? Offesa nella profondità del suo nobile affetto, offesa nel suo pudore di donna, offesa nella sua maestà di regina, nel cospetto della sua corte, agli occhi del suo medesimo figlio! Di suo figlio anzitutto, che, inconsapevole, veniva a recarle il colpo fatale! Ahi, povera donna, da quanta altezza la era forza cadere!
— Nulla, nulla! — aveva ella risposto a Ninia, nell'atto di aggrapparsi con le mani tremanti ai leoni alati che servivano di sostegno ai fianchi del trono. — Non è che un lieve malore!... Passerà; non temere!...
— Chiamo le tue ancelle? — proseguì il giovinetto, con cura ansiosa.
Ma già Semiramide erasi riavuta e balzava in piedi scuotendo alteramente il capo.
— No, figliuol mio. Per fare, le ancelle? Venga Hurki, e chiami egli i ministri dei miei voleri a consiglio. Va, e statti di buon animo, o figlio di Nino, — proseguì ella, baciandolo in fronte; — l'Armenia pagherà a caro prezzo la tracotanza degli stolti suoi re. —
CAPITOLO XIII. Dal campo di Assur.
Era già presso gli Armeni il ventesimo quinto giorno di Adukanna, che i Babilonesi dicono Muna, o mese della mano, perocchè in esso si dà opera a raccogliere i frutti ond'è liberale la terra.