— Labbro incantatore! — diss'egli.

— Ed è pubblico il rito? — entrò a chiedere Bared.

— Il sacro bosco è aperto ad ogni maniera di visitatori. Qui convengono le genti di Sennaar e gli stranieri delle più lontane contrade. Se ti piace, — proseguiva il babilonese, volgendo il discorso al principe, — appena smontato alla dimora che la possente regina per questa notte ti assegna, potrai mescerti liberamente alla folla e non conosciuto vedere quanti più nobili giovani e più leggiadre donne Babilonia racchiude. Ma eccoci; questo è l'alloggiamento per te, e pe' tuoi cavalieri, a cui Nebo conservi il loro glorioso signore. —

La cavalcata diffatti era giunta dinanzi ad un vasto edifizio di due piani, le cui mura salde e profonde si vedevano rinfiancate da contrafforti di mattoni, fino ad una dicevole altezza, dove incominciava un fregio di lucide squamme, corrente per lungo sotto una fila di spaziose finestre. Il grand'arco della porta metteva ad un ampio cortile, ne' cui fianchi si aprivano le stalle capaci, e gli alloggi de' soldati e dei servi. Al piano di sopra erano gli appartamenti del re e de' suoi uffiziali.

Discesi d'arcione, i seguaci del re d'Armenia si diedero con alacrità ai loro apprestamenti di riposo, ognuno secondo l'ufficio suo; i cavalieri a dissellare, stregghiare e rinfrescare gli affaticati destrieri; i custodi de' cammelli, i bagaglioni e i serventi, a riporre gli arnesi, le provvigioni e i preziosi fardelli; tutti, da ultimo, veduto come più nulla bisognasse ai fedeli compagni del loro viaggio, pensarono a ristorarsi di cibo, di bevanda e di sonno.

Seguìto di Bared, il giovine Ara s'avviò alle sue stanze. Due eunuchi della reggia erano ad aspettarlo colà, per additargli la camera adorna di sontuosi tappeti e morbide pelli di fiere, col suo letto di soffici piume steso nel fondo, sotto un padiglione di porpora. Lo guidarono essi allo spogliatoio, tutto fragrante di preziosi stillati, e al tiepido bagno, dove l'acqua spicciava dalle fauci d'un leone di bronzo nell'ampia vasca di pietra.

Ed essi, mentre il giovane signore attendeva a quelle cure, così geniali dopo le fatiche d'un lungo viaggio, apprestavano sulla mensa i cibi eletti, il vasellame lucente, l'acqua fresca come neve e l'inebbriante liquor della palma.

Ara uscì poco stante dal suo spogliatoio, fiorente di bellezza e di gioventù, raggiante al pari d'un dio. Lasciate le vesti polverose e le fogge natali, aveva indossata la doppia tunica babilonese, bianca di sopra con fregi d'oro sui lembi, e azzurra di sotto, siccome era azzurra la clamide, che portava ravvolta con bel garbo sugli òmeri. Azzurri i calzari, che gli saliano allacciati alquanto più su della noce del piede; bianca, con fregi d'oro, la mitra sul capo.

Quelle ed altre vesti in buon dato l'ospitalità regale di Semiramide apprestava al pronipote d'Aìco. Egli avea scelte le manco sontuose; ma come avrebbe potuto farle parere più umili? Bellezza e gioventù dànno luce più viva ed allegra che non gli ori e le gemme; aggiungono leggiadria, freschezza e splendore ad ogni cosa che le circonda.

— Invero, — disse Bared a lui, come lo ebbe veduto, — il babilonese ha ragione; chi non ti amerebbe, o signore?