Timpani, ed un sottil dolce tintinno

D’argentee squille; nè mai cade in fallo

Tenor d’accordi; e, sian veloci o lente,

Acute o gravi, dal sonoro legno

Volan le note ad incolpabil metro,

Obbediente sì, ch’ognuno a tanto

Poter di sovrumana arte impaura!

La citazione m’è venuta lunga: ma era necessaria, per dimostrarvi l’arte squisita fin troppo, anche un po’ faticosa, che non vi lascia modo di respirare, specie quando tutto, da capo a fondo, sia del medesimo tono, della medesima squisitezza. Lorenzo Costa aveva il difetto di far bello, ricercato, sublime, come altri ha quello di far triviale, sbrodolato e bruttino parecchio. Su quel tono aveva anche sentito un «Cosmo», poema in terza rima «ove la Creazione, la Redenzione e la Glorificazione del Cristianesimo doveano mostrare i tre regni temporali della grandezza di Dio, correnti ad unità verso l’eterna beatitudine». Uso le parole del cardinale Alimonda, non avendo io letto i pochi canti che del «Cosmo» furono pubblicati a suo tempo. Dovevano essere trentadue, i canti; ma il poeta lasciò l’opera in tronco, addolorato per avere inavvedutamente gittati ben dieci di quei canti alle fiamme. Gran fatica davvero sarebbe stata a rifarli.

Riuscì in dieci canti il «Colombo». E quando Lorenzo Costa ebbe finito il poema, fu una grande aspettazione sul Ligure Parnaso, o, per parlare in lingua povera, alla Villetta Di Negro. Lorenzo era un ospite, un assiduo; ci voleva un invito alla lettura solenne. Lorenzo si adattò, giunse col suo scartabello, e lesse. Ma la lettura, era lunga (dieci canti, che si canzona?) e Gian Carlo, sempre desto per leggere i suoi, non era tale egualmente per sentir leggere i versi degli altri; perciò si appisolava spesso e volentieri. Lorenzo, quando vedeva l’anfitrione chinar la testa insonnolita sul petto, usava l’artificio di spinger la voce; con che riusciva a fargli levar la fronte e aprir gli occhi. Ma il povero Gian Carlo non reggeva alla fatica. Ad un certo punto, non so bene se al sesto o al settimo canto, si addormentò senz’altro. Se ne avvide Lorenzo, e calcò più che mai nella lettura, gridando tra gli altri l’emistichio finale di un verso — «e dall’occaso all’orto» — con voce che pareva di tuono; tanto che l’altro si svegliò di soprassalto, e colte le ultime parole a volo, come per mostrare all’amico di essere stato attentissimo gli disse:

— Scusate, Lolenzo, scusate; in questo caso dilei.... gialdino. —