Il buon marchese, nei suoi verd’anni, aveva imparato a pizzicar l’arpa, ed amava accompagnare i suoi versi col suono dell’istrumento davidico. Era spesso ripetuta in Genova la sua frase, diretta al servitore:

— Flancesco, lecami l’alpa, che mi viene l’estlo. —

L’arpa era d’un celebre artefice, dello Stradivarius, niente di meno. La teneva appesa alla parete, nel suo salotto; e qualche volta, vecchissimo, la spiccava dal chiodo, per trarne qualche accordo. Ma da parecchi lustri l’istrumento era scordato; uno strazio a sentirlo!

E come si animava, ai ricordi del buon tempo antico! Era anche stato valente ballerino e saltatore agilissimo. Si raccontava che una volta, presentatosi in maschera d’arlecchino alla signora di Staël, dopo molti saluti e capriole che aveva fatto in onore della bella Corinna, si fosse sentito dire da lei:

— Ah, marquis, c’est vraiment ce que vous faites le mieux!» —

Ma l’aneddoto doveva essere inventato di sana pianta. Corinna non era certamente così crudele nei suoi complimenti. Autentico, invece, perchè lo ebbi dalla stessa bocca di lui, l’aneddoto del viaggio con Corinna a Venezia, intorno al primo decennio del secolo.

La baronessa di Staël voleva vedere il teatro della Fenice. Ci andarono di giorno, poichè quella sera si faceva riposo. Entrarono nella platea, al buio, mentre in orchestra si vedeva illuminato un leggìo, e davanti al leggìo, con la sua musica squadernata, sedeva un suonatore di violino. Il palcoscenico, essendo gli scenarii alzati, prendeva luce, ma una luce scialba e scarsa, da certi finestroni di fondo; e su quel palcoscenico si vedeva un uomo, succintamente vestito, in calze di maglia e scarpini.... Era un ballerino; ma qual ballerino! Figuratevi, il famoso Duprè, il dio della danza, che, facendosi dare lo spunto dal violino in orchestra, provava un suo passo, chiuso e coronato da una pirouette difficilissima. I due nobili visitatori, fermatisi a mezzo il recinto, ascosi nell’ombra guardavano attentamente la scena.

Il Duprè andava alla quinta, prendeva lo spunto dal violino, veniva di volo alla ribalta, ed attaccava la sua giravolta. Ma questa non gli riusciva mai, e il povero Duprè se ne disperava; anzi incominciava, oltre la solita pirouette, ad attaccar qualche moccolo.

— Un’idea mi passò pel la mente, — continuava, il marchese. — Aspettate, Colinna, dissi allola alla balonessa, e vedlete un bel giuoco. —

Che fa allora il nostro gentiluomo? Con passi guardinghi si avvicina all’orchestra, vi penetra da una estremità, si arrampica sul proscenio, scavalca la ribalta, e mentre il Duprè ritornava per la sesta o per la settima volta da sbagliare la sua pirouette, lo precede egli d’un balzo alla quinta, chiama lo spunto dal violino, spicca il volo al proscenio, e fa lui, con ritmica esattezza, la lunga giravolta che ancora non era riuscita al gran ballerino francese.