Il Duprè, a tutta prima, vedendo comparire sulla scena l’intruso, e non pensando ancora di avere davanti un rivale, era rimasto come interdetto a guardarlo. Lo aveva veduto andare alla quinta, chieder lo spunto musicale per lanciarsi alla ribalta, e aveva spalancato ad un tempo gli occhi e la bocca, in atto di grande stupore. Ma quando ebbe veduta la giravolta, eseguita con tanta perfezione dall’emulo, fu per uscir di senno a dirittura. E bisognava pur credere alla vista, arrendersi all’evidenza, riconoscere la superiorità dell’ignoto ballerino. Era un grande artista, il Duprè, ed anche un gran galantuomo. Perciò, dopo un istante di pausa, che bisognava pur concedere allo stupore ond’era stato assalito, fece due passi di scuola verso il nuovo venuto, inarcò il braccio, tese l’indice con la sua grazia consueta, e gli disse; cioè, mi disse, poichè dobbiamo lasciar la parola al narratore:

— O voi siete un angelo disceso dal cielo.... o siete il malchese Gian Callo Di Neglo di Genova. Pelchè non c’è che lui, in Eulopa, non c’è che lui che possa fal tanto. —

Bisognava esserci, bisognava sentirlo, il buon vecchio, mentre proferiva e ripeteva con enfatica progressione di accento il suo «non c’è che lui». Ed anche volle mostrarmi come avesse fatto a vincere il Duprè, tentando di ripetere per mia edificazione la splendida giravolta di mezzo secolo innanzi. Con quel mezzo secolo, pur troppo, cascò addosso a me, che stavo seduto sul divano. Io ero mingherlino, allora; egli potente di forme. Altro che edificazione! Immaginate che stiacciata, se non ero pronto a tender le braccia, un po’ per sorreggerlo, ma più per ripararmi dal peso.

Povero marchese Di Negro, discendente dal famoso Andalò, gran viaggiatore dell’orbe terracqueo e maestro di astronomia a Giovanni Boccacci! Un anno dopo, nel 1858, mi pare, era morto. Ebbe un notevole accompagnamento funebre, come non si era veduto mai fino allora, per concorso d’illustri personaggi. Tra questi si vedeva uno degli ultimi visitatori del marchese Gian Carlo, se non uno dei più assidui alle conversazioni della Villetta; al che le sue consuetudini di lavoratore e il vivere sulla collina di San Francesco di Paola, al capo opposto della città, avrebbero fatto impedimento: dico Francesco Domenico Guerrazzi, allora esule in Genova, dopo la sua fuga di Corsica. Ascoso nella folla, al ritorno dalla camera mortuaria dov’era stata accompagnata la salma, udii il grande livornese dire a Ippolito d’Aste e ad Emanuele Celesia, che gli venivano da lato:

— E dopo tutto, un uomo d’oro. Ha fatto del bene a qualcheduno, del male a nessuno. Trovatemi dieci persone, delle quali si possa dire altrettanto. —

Non vi paiano gravi alla memoria del Di Negro queste sue pretese alla fama di ballerino, sulle quali mi son trattenuto a discorrere. Egli era un divoto cultore delle Muse; ed anche una Musa, Tersicore, presiede all’arte del ballo. Nè il ballar bene parve piccolo vanto ad Ippolito Pindemonte, cavaliere gerosolimitano, traduttore dell’«Odissea» e compagno al Foscolo nel malinconico duetto dei «Sepolcri». Del cavaliere Ippolito narra per l’appunto il Camerini: «Amò sopra tutto la danza, e si mescolava sul palcoscenico ai ballerini, ed era tanto infatuato di quel brillante danzator Narcisso del Parini, che veniva piacevolmente ribattezzato col suo nome di Monsieur Pic».

Se poi il marchese Gian Carlo Di Negro non lasciò nell’arringo poetico orme profonde come il cavalier Pindemonte, la colpa non è tutta sua. Fu ad ogni modo l’ultimo gran signore che credesse alla poesia; e l’amò per sè stessa, come un vecchio cicisbeo, di platonico amore.

Don Alessandro.

Milano ha una gran bella cosa, in vista e per tutti, il suo Duomo. Ma questo, ce lo hanno tanto decantato, descritto tanto e servito perfino in litografia sulle scatole dei panettoni, che oramai lo accettiamo senza pensarci su, e c’inchiniamo al miracolo d’arte; ma non ci riscaldiamo più il sangue, ammirandolo; non riceviamo più la scossa, vedendolo. A Milano io sento più profondamente Brera, col suo cortile così pieno di storia, e col Napoleone del Canova che ci hanno nascosto. Bella trovata, sia pure effetto di necessità, aver messa là dentro quella gran statua di bronzo: vi giganteggia, più che non farebbe su d’una piazza; l’atteggiamento del colosso che va, con la sua Vittoria alata nel cavo della mano protesa, è più gagliardo, più vivo, più efficace; mi par meglio che sia in atto di trascorrere il mondo, se in due di quei passi che accenna di fare, può rompere il loggiato davanti a sè, invader le sale, sfondare ogni ostacolo, dal tetto all’androne. Bene, adunque, si trova egli là dentro. E bene, anzi meglio il nipote di lui, nel cortile dell’antico Senato. Io non so intendere come ci sia della gente a cui quella specie di relegazione dispiace. L’ira politica è veramente benedetta, se riesce a queste concentrazioni della gloria, per chi la riconosce, e della gratitudine, per chi la sente ancora. Così, mentre per essere umani con Napoleone III dovete perdonar molte cose; per ritrovarlo a Milano, per pagargli un tributo di riconoscenza in cambio del piccolo aiuto di duecentomila uomini ch’egli ci ha dato in un giorno di bisogno, vi è necessario andarlo a cercare col lumicino. Ma un gusto particolare, penetrante, soave nella novità, vi compensa della vostra ricerca. Trovate un signore che vi saluta, e per allora non saluta altri che voi; donde la cortesia par che acquisti un pregio maggiore. Più concentrati, ricordate anche meglio tutto ciò che per la patria nostra ha fatto quell’uomo, un po’ misterioso, un po’ incerto nelle orientazioni successive della sua politica, ma condotto a giuocare per noi la sua fortuna, le aquile, la porpora e la corona imperiale. Noi siamo severi col Due Dicembre, in cui, dopo tutto, come italiani, non abbiamo nulla a vedere; con più giustizia ce la prendiamo coi suoi chassepots. Ma anche qui non bisogna esagerare, e ad un soldato di Mentana sia lecito il dirlo. Assai più male degli chassepots ci ha fatto in quei giorni il difetto di energia nelle coscienze, di unità nei voleri della patria. Ma basta: se no volgiamo alla predica; e ritorniamo in Brera.

Quel cortile mi è caro per antichi ricordi: quel cortile è un po’ mio. Molti ci passano, per salire alla ricca biblioteca e alla preziosa pinacoteca; molti lo costeggiano, per andare di qua o di là nelle sale del pian terreno, a far lezioni o a sentirle; io ci sono stato di casa, ci ho dormito una notte a ciel sereno, e sognato, come nel letto più soffice. Spesso vado a visitarlo, per riconoscere il posto del mio giaciglio, là, sulla destra, a’ piedi della statua dell’architetto Luigi Cagnola, che mi richiama sempre agli occhi la visione di un bel giorno e alle nari una buona fragranza di paglia fresca. Non fate associazioni d’idee, ve ne prego; l’ho fatte già io tante volte! «Sursum corda», piuttosto, ed anche le gambe. Si passa ora da quel cortile per un’altra ragione nobilissima, che è quella di andare a vedere la sala Manzoniana. Anch’io, parecchi anni fa, quando seppi che l’avevano inaugurata, ci corsi divotamente, per pagare il mio tributo di ammirazione al Manzoni. Più che i molti libri ed opuscoli scritti su lui e sulle opere sue, volevo osservare i suoi manoscritti; tra tutti i suoi manoscritti desideravo di considerare quello dell’«Adelchi»; tra tutte le pagine dell’«Adelchi» mi premeva di sfogliare quella del coro «La morte di Ermengarda» per vedere se ci fossero stati pentimenti in quelle strofe maravigliose, segnatamente in quelle due che vorrei aver scritte, e, per averle scritte io, darei volentieri tutte le glorie che ho sperate; se pure, dopo averle sperate, fossero venute a rallegrarmi la vita.