Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Bellissime le due strofe, e tutto bello, quel coro, in cui sentimento e passione, tanto più viva quanto più contenuta; in cui forma e pensiero, virtù d’amor patrio ed alito di umana pietà, si fondono mirabilmente, nuovo metallo di Corinto, ma ancora e sempre caldo, come non ebbe a rimanere l’antico. Capisco, leggendo l’«Adelchi», come Vincenzo Monti esclamasse: «Vorrei averlo fatto io». Poteva parere degnazione in lui, glorioso da tanti anni, mentre il giovine autore, che egli chiamava, scrivendogli, il suo «smemorato amico» era tuttavia poco più d’un ignoto. Ma quella degnazione doveva presto apparire l’omaggio di un grande ingegno ad un genio. Perchè questa distinzione è necessaria, e se il vocabolario della Crusca non la consentisse, bisognerebbe rinunziare al vocabolario della Crusca. La poesia del Manzoni non è solamente di parole musicali e d’immagini alate: spesso le parole sono comuni, e dalla loro ripetizione frequente traspare qualche volta la povertà. Quanto alle immagini, son quelle di tutti i giorni, e se ne trovano nei suoi canti più celebrati (nel «Cinque Maggio», ad esempio), di quelle che erano usate a’ suoi tempi da scrittori di giornali italiani sulla falsariga francese. Ma che per ciò? la visione è chiara, piena, efficace, perfetta; il senso intimo delle cose vien fuori dalla stessa collocazione sapiente e pure spontanea di quelle parole comuni, di quelle immagini conosciute; vi fa pensare e fremere, cercando i più riposti penetrali dell’anima, scuotendo le più arcane fibre del cuore. Chi si occupa, dopo ciò, delle scorie del metallo, delle sbavature della statua? È tutto fior di poesia, nel complesso; frutto di fantasia largamente comprensiva, che lo studio e la meditazione hanno fortificata dei loro succhi vitali. Non dimentichiamo gl’intenti civili, spontaneamente manifestati, che distinguono questa poesia da tant’altra che l’ha preceduta e seguita. Come, ad esempio, in quel compianto non imbelle nè vuoto sulla morte d’una povera Longobarda, ripudiata da Carlomagno, si sentano, sto per dire, le Cinque Giornate, trent’anni prima che fossero date alla storia! e non tirate dentro con gli argani, se Dio vuole; venute naturalmente, sgorgate dal fatto osservato, insieme con la pietà pensosa e le lagrime. Così la poesia diventa anima e voce, non che d’un poeta, d’un popolo. La «Basvilliana» è la poesia del Monti in un suo momento psicologico, come la «Mascheroniana» in un altro, e in altri ancora la «Jerogamìa di Creta» e il «Ritorno di Astrea»; mentre quella del Manzoni, dagli «Inni Sacri» al «Carmagnola», dall’«Adelchi» al «Cinque Maggio», è la poesia della nazione.
Io non nacqui manzoniano; non fui tale per un pezzo, e mi piace confessarlo. Ai tempi beati della scuola di rettorica, non ero neanche foscoliano, figuratevi! Avevo Leopardi e Monti, Monti e Leopardi a tutto pasto; l’uno per la «Basvilliana», s’intende, per la «Mascheroniana», per il «Prometeo», per il «Bardo della Selva Nera» e per la versione dell’Iliade, insomma per quasi tutte le cose sue; l’altro per una minor parte, come a dire per le canzoni all’Italia, ad Angelo Mai, alla sorella Paolina, che erano le più lette e le più commentate in iscuola. Leggevamo anche per questo uffizio «La sera del dì di festa», «Il sabato del villaggio» ed altri componimenti di tal genere; ma più per nostro conto divoravamo «le Ricordanze», «Aspasia», e sopra tutto «Consalvo» a cagione del bacio di quella
Per divina beltà famosa Elvira.
La «Ginestra», i «Patriarchi», «Amore e morte», ed altri consimili, si leggevano ancora, ma s’intendevano poco; cioè, s’intendevano letteralmente, ma non si sentivano troppo, che tornava lo stesso come non capirli abbastanza. Eravamo una generazione piena di salute, di fede in Dio e nella libertà; il sangue ci scorreva rapido e franco nelle arterie, e tra una lezione e l’altra, come per addestrarci alle presentite battaglie, correvamo a picchiarci di buona voglia nei fossi della vicina Fortezza, e a sfrombolarci di sassate sulla duna di Sant’Elmo. La filosofia disperata non era il fatto nostro; delle «due cose belle» che la poesia leopardiana ha trovate nel mondo, sentivamo dentro di noi confusamente la prima, come una dolce promessa di giorni vicini; l’altra la vedevamo così lontana, che non credevamo ancor necessario di darcene pensiero. E la ferrea necessità del dolore non era certamente fatta per noi, diavoli scatenati, che andavamo nelle ore d’ozio a strappare i sèdani nell’orto dei Cappuccini.
Abbiamo noi trovato lassù un Fra Cristoforo? Sicuramente, e per farci perdonare da un Fra Galdino, che voleva prenderci poco cristianamente a legnate. Dei «Promessi Sposi», che a quel tempo non erano ancora un libro di testo scolastico, ci piacquero le macchiette assai più dei personaggi principali. A me poi non piaceva affatto nè «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti», nè il Resegone, coi «molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega», nè la descrizione della peste, così lunga che non voleva finire mai più, nè il cardinal Federigo, nè quei rimorsi dell’Innominato, che mi pareva un birbante di mezza vigogna, troppo presto pentito d’una troppo piccola, o non abbastanza descritta, sequela di bricconate. E mi lasciava freddo Lucia Mondella, e mi seccava quell’aggirarsi di brutali concupiscenze intorno ad una contadinotta neppur bella, che per cagione degli spilli d’argento doveva pettinarsi di rado, e che certamente non conosceva le virtù detersive dell’acqua di Felsina. Ognuno reca nell’arte i suoi gusti naturali. Questo è un diritto, mi pare, e il confessarlo è un debito di sincerità. Ma ciò, a breve andare, finì col rendermi cieco alle altre bellezze del libro, e per conseguenza solennemente ingiusto.
Amavo in quella vece il Guerrazzi. Sapevo a mente l’«Assedio di Firenze»; tranne, s’intende, gli amori fiacchi di Vico e d’Annalena, e la inutile storia afflittiva di messer Lucantonio. Michelangelo e la sua statua; il Ferruccio a Volterra e a Gavinana; i rimorsi del Baglioni; il doppio combattimento del Bandini e del Martelli, di Dante da Castiglione e dell’Aldobrandini; gli spasimi di Maria de’ Ricci; quelle erano le mie delizie profonde. E come mi ha mandato a cercare con ansietà febbrile la storia, quel diavolo d’un Livornese, per trovarci i personaggi da lui messi in iscena, così vivi, caldi, vibranti di passione! Studiai l’autore, lo conobbi intero in tutto ciò ch’egli aveva scritto fino allora; amai ciò ch’egli amava, odiai ciò ch’egli odiava, senza risparmio. Presto conobbi lui di persona, in Genova, dopo averlo tempestato di lettere nel suo confino di Corsica, e mi piacque sommamente quell’anima dolce e buona. Vi parrà strano, ciò ch’io ne dico. Generalmente, si ha del Guerrazzi un’idea molto diversa; la durezza di cuore, la ferocia degli spiriti, lo sdegno persistente, la parola iraconda, lo scetticismo beffardo, il cinismo, sì, perfino il cinismo di quell’uomo, sembrano esser passati in leggenda. Ebbene, disingannatevi; il Guerrazzi non fu così, nè intorno, nè presso. L’uomo ebbe amarezze molte, ed ire politiche acerbe; aveva l’ingegno potente, e lasciava il segno dove toccava: i suoi nemici già potenti da prima, vittoriosi poi, gli hanno reso in calunnie tutto ciò ch’egli dava in frustate. Nelle relazioni sociali nessuno fu più nobilmente cortese; nelle intimità nessuno fu più squisitamente amorevole del Guerrazzi. Arguto quanto il Voltaire, non la perdonava certamente a nessuno; dotto in molte materie, pontificava qualche volta, nel salotto e nello studio; ma non dimenticando mai d’esser garbato nei modi, affabile nel commercio con ogni sorta di gente, buono con gli amici, ameno coi suoi pari, affettuoso coi minori, soave coi giovani, e in molte parti del suo pensiero, della sua conversazione, del suo fare, insomma, a dirittura femmineo: la qual cosa, in un uomo del suo genere, con quell’alta statura, con quell’aspetto severo, con quegli occhiali d’oro, quella parrucca a ciocche audacemente rivoltate, con quella gran pelliccia da baritono in viaggio, poteva parere, e certamente era un gran fatto. Non so che cosa fosse in gioventù: forse ne’ suoi scritti, dove parla di sè, ha caricate un po’ troppo le tinte: ma per quello che io ne vidi ne’ suoi anni maturi, egli era con tutti mirabilmente buono. Quell’odiatore, a buon conto, finì la vita nel suo podere di Maremma, insegnando a leggere e scrivere ad una contadina di diciott’anni. Se poi anche a sessantanove anni sentisse le trafitture del bendato arciero, io non vorrei mica difenderlo, come da un’ultima calunnia. Gli odiatori, per solito, non finiscono così.
Ricorderò sempre di avere davanti a lui, nelle conversazioni pomeridiane della villa Giuseppina, parlato dell’arte Manzoniana con poca misura e con minor cognizione. Non lo facevo per entrargli nelle grazie; no davvero: dicevo quel che pensavo allora, esprimevo una opinione già manifestata qualche anno prima in un giornale di Genova, la prima volta che io, sfacciato diciottenne, mi ero fatto lecito di averne pubblicamente una.
Quella volta, altro che soavità! il sor Francesco Domenico mi uscì proprio dai gangheri. Dal pensiero Manzoniano si poteva dissentire, sicuramente; egli stesso ne aveva data una prova chiarissima, facendo in molte cose diversamente dal grande Lombardo. Ma per l’arte, non c’era che da inchinarsi e da lodare ogni cosa, o giù di lì. Del resto, anche intorno al pensiero, non era tutto dissenso tra loro. Se il Manzoni aveva scritto gl’«Inni Sacri», egli, il Guerrazzi, non aveva scritto molte preghiere in prosa? — E poi, — mi diss’egli, conchiudendo, — leggete l’«Adelchi», figliuolo, e vedete se predichi soltanto rassegnazione. Quanto all’arte, m’è accaduto ancora stamane di rileggere il coro del «Carmagnola». È una bellezza. Direte che incomincio ad invecchiare e che mi faccio eremita. Infatti, anch’io debbo averli, i «casti pensieri della tomba» che, ritrovati in quel coro, mi son parsi una cosa nuova, quest’oggi. —