Quella sera, tornato a casa, lessi il coro del «Carmagnola», per fare ancor io come il sor Francesco Domenico. E lessi anche tutta la tragedia, che non avevo mai guardata prima d’allora. Poi lessi l’«Adelchi», di cui solamente conoscevo qualche scena (anche questo a vergogna mia, debbo qui confessare), e da ultimo, lessi una seconda volta attentamente i «Promessi Sposi». Il Manzoni rivelato dal Guerrazzi! Non si crederebbe; eppure è andata così. I grandi, del resto, son buoni. Rilessi tutto, a breve andare, e parecchie volte sempre più persuadendomi del mio «giovanile errore». Amando più largamente intorno a me, imparai ad amare un po’ meglio. Ma ancora non potevo dirmi un Manzoniano sfegatato. Di certo, la poesia del grande Lombardo m’era entrata troppo tardi nel sangue.

Tre anni dopo, vedevo per la prima volta Milano. C’entravo con molti compagni, non so bene se tre o quattro giorni dopo Magenta. Sbarcati alla stazione di Porta Nuova, fummo accolti anche noi con feste maravigliose da una popolazione plaudente; avemmo fiori, corone, baci, abbracciamenti, ed altri furori di quell’anno benedetto. La nostra compagnia, condotta per certe strade che non ho più ricordate, andò a fare i fasci d’armi nella via del Monte di Pietà, in attesa d’ordini superiori. Gli ordini vennero mezz’ora dopo: ci mandarono ad alloggio, come tanti scienziati, in Brera; nel cui cortile, per uso nostro, si erano distese molte carrettate di paglia. Che orgia di allegrezze intellettuali, quel giorno! Io potrò andare mille volte a Milano; la vedrò sempre a quel modo, con gli occhi d’allora. Anche oggi, mi avviene di passeggiarci come uno spirito, colle mie idee d’altri tempi. Che fretta di deporre il fucile e lo zaino, di darci una spazzolata e di correr fuori da capo, per goderci tutte le ore che ci lasciavano di libertà! Per conto mio, mossi subito a cercare il Duomo; e lì, trovato un alberguccio (il Dazio grande, mi pare) v’entrai, per darmi anche una risciacquata; ma ne uscii prontamente, per andarmi a comperare un paio di guanti paglierini. Che si canzona? volevo esser bello. Del resto, quella dei guanti paglierini era la debolezza di tutti i volontarii, nell’esercito piemontese: quei guanti davano un po’ di tono al grigio cappotto per cui il fantaccino italiano meritò a Firenze il nome di sorcino. Al Caffè Martini, in piazza della Scala, dov’ero riuscito non so come, m’imbattei in un tenore, Pietrino Stecchi, da me conosciuto un anno prima, a Genova. M’aveva ravvisato sotto le nuove spoglie, e mi faceva gran festa, offrendosi mio cicerone attraverso le vie di Milano, e per tutte le belle cose che si potevano vedere in una scarrozzata di due ore. Accettai, prendendo ora: pel momento, avevo un’altra idea, e volevo che passasse per la prima.

— Se permette, — gli dissi, — vorrei far prima una visita.

— Tra un’ora, dunque; le basta?

— Sì, basterà certamente. Ma ella mi dica, — replicai con una certa solennità, — dove abita.... Alessandro Manzoni? Il mio primo passo, in Milano, dev’essere per lui. —

Pietrino Stecchi m’indicò, sullo stesso marciapiede dove eravamo a discorso, ma qualche centinaio di passi più in là, il vicolo del Morone.

— Entri di laggiù; — mi disse; — arriverà alla piazza Belgioioso. Proprio alla svolta, facendo angolo tra il vicolo e la piazza, è la casa di Don Alessandro.

— Bene, grazie; — risposi. E mi avviai verso il vicolo del Morene.

Com’era nata in me l’idea di andare dal Manzoni? Così, come tante cose nascono, di schianto, senza averci pensato prima. Ah, finalmente, l’avrei veduto, il grande Lombardo! Gliel’avrei fatta io, una bella improvvisata, mostrandogli in cappotto grigio e cinturino bianco, in giberna e cheppì, la sua nobile idea, segretamente e costantemente vagheggiata: quella idea che trapelava e traspariva da tante pagine, anzi da tutto il contesto dei suoi «Promessi Sposi»! Niente più obbedienza a padroni stranieri; tutti in armi, gli oppressi; tutti soldati, i giovani d’Italia, che la sua parola aveva educati, anche attraverso l’educazione dei padri loro; tanto che quella parola s’era fatta coscienza della nazione e vita della sua vita «O giornate del nostro riscatto! — Infelice per sempre colui....» Ma sì, infelice, anzi infelicissimo io! Li sapevo bene quei versi, per avere il coraggio di recitarglieli? E c’era poi bisogno di recitarglieli? Li sapeva a mente, lui, ed io non gli avrei detto nulla di nuovo, salvo gli spropositi. Che versi, dopo tutto? In prosa bisognava parlargli, ed anche in prosa corrente.

— Vediamo; — seguitavo tra me; infilando il vicolo; — che cosa gli dirò? Da qual parte incomincierò? Come mi troverò io, prima di tutto, alla sua presenza? Ecco qua: sono introdotto in un salottino. Annunziano un soldato piemontese, un soldato in guanti gialli... Ciò gli fa capire subito che si tratta d’un volontario. La visita lo secca un pochino: ma sono certe seccature, queste, che non dispiacciono troppo. Si solleva una portiera; eccolo, è lui.... Ah povero me! Ci starò bene, davanti a lui, come davanti al mio signor colonnello? Con questo, c’è poco da pensare: so prima di tutto che non si parla se non per rispondere. Testa ritta, piedi accostati, la mano sinistra giù, bene appiccicata alla gamba, la destra, alzata, aperta, tesa davanti alla visiera del cheppì; e parla lui, non c’è che da starlo a sentire; se poi non è Demostene, tanto peggio per lui; anzi tanto meglio, perchè lui è vivo, e Demostene è morto. Qui invece, cheppì in mano e parlare! «Signor conte....» No, non lo vuole, quel titolo; se l’ha a male quando glielo dànno; protesta subito che non gli spetta. Perchè, poi? Basta, diciamo! «Signor Manzoni....» Ma che? questo è comune. Ce ne son tanti, dei signori Manzoni, e Manzini, e Manzotti! «Don Alessandro....» Sì, Don Alessandro; c’è una timida familiarità che non può dispiacergli. «Don Alessandro, se è lecito chiamarla così, voglia perdonare ad un giovine italiano, il quale.... il quale....»