Il quale.... «il quale, a voler dir lo vero» incominciava a sentirsi ballar le gambe sotto. Ero giunto allora alla svolta; vedevo davanti a me la piazza Belgioioso, e con la coda dell’occhio destro notavo la sporgenza d’un portone. Con quella tremarella in corpo, non era il caso di voltare a destra, no davvero. Passeggiamo, dissi tra me, facciamo un giro su questa piazza, e vediamo intanto di raccogliere le idee. E feci il giro; andai a collocarmi più lontano che mi venisse fatto dalla casa di Don Alessandro, come per abbracciarla in una occhiata sola; ammirai anche certi fregi di cotto ond’era adornato il prospetto; ma le idee non si raccolsero, si sparpagliarono peggio che mai.
— Che è ciò? — ripresi. — Che paura è la tua? Infine, non vorrà mica mangiarti. Gli dirai che volevi.... che desideravi.... che sentivi il prepotente bisogno di vederlo.... Ah sì, va bene il pensarle, queste cose; ma venuti al caso di dirle.... qui ti voglio. Con che coraggio gli parleresti del tuo desiderio, del tuo prepotente bisogno? Coraggio! si ha un bel dire coraggio! Ah, vile fantaccino! non l’hai tu dunque, il tuo cappotto grigio? il cappotto «del nostro riscatto»? Si va, per Dio santo, si va come in piazza d’armi; uno, due; uno, due; alt! E qui, poi, «Don Alessandro, permetta ad un soldato volontario di venirle a rubare un quarto d’ora...» No, un quarto d’ora; sarebbe un pretender troppo. «.... Di venirle a rubare un minuto». E questo neanche; è troppo poco; pare uno scherzo, e di cattivo genere. In un minuto non si dice nulla; c’è appena il tempo di fare il saluto in due tempi, fronte indietro e via! Diciamo dunque «Di venirle a rubare pochi minuti, per dirle.... Sono un giovane che ha letto.... e meditato.... che nel suo «Adelchi».... Sa? anche il Guerrazzi mi diceva....» Ah sì, non ci mancherebbe altro che citargli il Guerrazzi! per impappinarmi, per mettermi in una via senza uscita. Ma se non gli parlo di questo, di che altro gli parlerò? E se non ho niente da dirgli, perchè ci vado? Per vederlo? per restar là come un villano alla fiera? Infatti, ora che ci penso.... Ma no, perdio, questa è viltà, ed io la travesto male. Gambe mie, facciamo ad intenderci. Volete andare, o ch’io vi piglio a piattonate? Senza sciabola, capisco; ma anche la baionetta può far servizio, perbacco! Animo, via! per fianco destro, e marche! sia poi quel che vuol essere. —
Mi ero mosso, come vedete; e andavo di buon passo incontro al portone. Ahi! proprio allora, nella penombra del corridoio, si affaccia qualcuno. È una donna. Le donne, grazia a Dio, non mi hanno mai fatto paura. Quella, per altro, non ha un aspetto da invitare all’abbordo. Dev’essere la portinaia, o una sua parente, di certo. Si ferma sulla soglia; mi guarda; non c’è più modo di far fronte indietro, nè conversione a destra; vado là come la biscia all’incanto.
— Don Alessandro?... — le dico.
Quell’altra mi sorride. Me l’aspettavo. Da qualche ora, a Milano, non vedevo far altro.
— Cerca Don Alessandro Manzoni? — mi chiede essa, dopo avermi sorriso.
— Sì, per l’appunto, se è in casa....
— Non c’è.
— Ah! — esclamai io, sospirando, o respirando; che negli effetti è tutt’uno. — Ripasserò.
— È inutile; — diss’ella. — Stavo per aggiungerle che non è a Milano; ma in villa, a Brusuglio.