— Ah, già, Brusuglio.... sicuro, Brusuglio.... Dovevo immaginarmelo; — risposi io, che sentivo quel nome per la prima volta. — Grazie, signora.
— Se prende una carrozza, non è mica lontano; — soggiunse ella, più graziosamente che mai.
— Capisco, sì, capisco. Ma ho fretta, pur troppo; fra poche ore si riparte.... per andar più lontano.
— Fino a Venezia! — diss’ella, commentando un mio gesto. — Dio l’assista, Lei e tutti i suoi bravi compagni. —
Così ebbe fine il mio dialogo, sull’uscio di casa Manzoni; e andò a vuoto la mia visita a Don Alessandro. Che peccato! pensavo, allontanandomi da piazza Belgioioso. Me n’andrò da Milano senza aver visto il Manzoni! Che idea di andare a Brusuglio! in questi giorni di festa per la sua città liberata! Se c’era, mi accoglieva bene, di sicuro, a braccia aperte. Ed io gli avrei detto.... Ah sì, lo sappiamo, quel che gli avresti detto, impostore. Confessa piuttosto che ti pare d’averla scampata bella. Se proprio hai tanta pena come dici, perchè non prendi una vettura di piazza, e non ti fai condurre a Brusuglio? Animo, via, coraggioso! —
Preferii di restare a Milano, quel giorno; e la mattina seguente ero in cammino con gli altri miei bravi compagni, per Gorgonzola, Treviglio, Coccaglio, Brescia, Lonato, correndo sulle orme di quel benedetto reggimento che andavamo ad ingrossare col nostro drappello, e non raggiungendolo che sotto il ponte di Desenzano. Io pensavo di tanto in tanto a Milano, e alla visita che avevo fatta ad Alessandro Manzoni. Ebbene, che c’è da ridere? Ciò che non si è fatto una volta, si farà un’altra. Non è colpa mia, se il grand’uomo era fuor di Milano. Andrò a cercarlo poi, quando ritornerò se gli stutzen mi avranno risparmiata la pelle. Me la risparmiarono infatti, e la visita a Don Alessandro tornò all’ordine del giorno, dopo quel frettoloso armistizio che seguì la vittoria di Solferino e l’investimento di Peschiera. Triste giornata, quell’otto di luglio, in cui vedemmo andare avanti e indietro tra i gelsi e il grano turco i fazzoletti bianchi dei parlamentarii, e dopo qualche ora fu annunziata la tregua! Ricordo che nella mattina era piovuto, e che verso il mezzogiorno un grande arcobaleno si era disegnato sulle nostre teste, proprio nel mezzo del Quadrilatero; il quale spettacolo meteorologico, in tanta analogia col fatto politico, ispirò ad un mio intimo amico questi versi, scritti lì per lì su quel medesimo tamburo che gli serviva di scrittoio per mandare le espansioni dei commilitoni illetterati alle Dulcinèe di Fossano, di Saluzzo e di Cuneo:
Su questi campi, che toccò di breve
Argenteo spruzzo un nembo mattutino,
Già del seguace arcobalen risplende
La settemplice zona. Iddio la stese