Poi venne per lei l’età giovanile, quando la fanciulla incomincia a sentirsi donna. A quell’età il povero involucro di cera si disfece; Filippina morì. Povera bambina, che della vita ha conosciuto solamente il dolore! Ma se Dio è giusto, quella povera carne gli sarà molto vicina, perchè ha molto sofferto. Per me, se mi avverrà mai di andare lassù, e di trovarmi faccia a faccia con quello che i nostri dotti nei loro momenti di bontà si degnano di chiamare l’Inconoscibile, gli domanderò per la prima cosa:

— Padre nostro, dov’è Filippina? —

Ritorno alla nonna. Ero il suo nipotino; mi aveva salvata la vita: naturalissimo adunque che io fossi due volte il suo idolo. Veramente, nella sua idolatria non mancava un po’ di amarezza. A quattro anni, o giù di lì, non avevo più i bei capelli biondi ricciuti, che erano la sua delizia. E se la prendeva spesso con mia madre, con le serve, con tutte le persone di casa, che accusava formalmente di avermi rovinati i capelli con l’unto, facendoli diventar neri e stecchiti. Aveva delle idee tutte sue, in materia di chimica. «Ed era nato coi capelli d’oro come i miei!» gridava ella, stizzita. «Vedete un po’ come me l’hanno assassinato!»

La nonna si teneva molto dei suoi capelli d’oro. Quando io giunsi dall’India, ella aveva già cinquantanove anni, ed io me la ricordo appena dai sessantadue in giù; ma io la vidi sempre coi suoi bei capelli dorati, coi riflessi di zecchino, come quelli delle dame del Cinquecento, eternati dai pennelli di Tiziano e di Paris Bordone. Ed erano suoi, ben suoi, quantunque posticci; poichè il suo frontino, fatto di due larghe staffe, spartite nel mezzo e rigirate sopra gli orecchi, era tutto di capelli nati sulla sua testa, raccolti diligentemente a mano a mano che restavano impigliati nel pettine, e messi insieme da un parrucchiere artista. Quel frontino poteva dirsi il suo richiamo di gioventù, del tempo felice in cui era stata bellissima. Ed era ancor bella in vecchiaia, colla sua faccia ovale di perfetti contorni; la fronte bianca senza una ruga, sotto quelle due staffe dorate; il naso diritto e fine; stupenda la bocca vermiglia, che non aveva ancor l’aria di succhiarsi le labbra, quantunque i denti fossero andati via tutti; rosea la carnagione, quasi perlata nei suoi dolci riflessi; gli occhi azzurri e limpidi, che brillavano lietamente ad ogni sorriso del volto. A ottant’anni, la sue mani, le braccia, le spalle, apparivano ancora una maraviglia di conservazione.

Era nata dei Bosco; una famiglia genovese, forse discesa da Bosco Marengo, certamente illustrata nel Quattrocento da quel Bartolomeo Bosco, famoso giureconsulto, che le sue molte ricchezze aveva lasciate per testamento alla fondazione dell’ospedale di Pammatone. Impoveriti (e non se ne dolsero) da questa grande liberalità, gli eredi del suo nome non avevano più raggiunta l’altezza di lui sull’altalena della cieca fortuna; ma parecchie generazioni di onesti mercanti e banchieri fecero testimonianza di operosità non mediocre. Le vicende politiche e commerciali, nella seconda metà del Settecento, ne avevano tratto un ramo a Savona, donde assai più tardi alcuni rampolli dovevano ancora restituirsi a Genova, ma lasciandone altri nella lor sede temporanea. Tra questi la signorina Francesca, andata sposa al mio nonno paterno. Di un altro parente lontano ho ricordo, che per tale me lo dava il casato dei Bosco, e lo stesso nome di Giulio, comune in quella famiglia. Caduto in bassa fortuna, non era altrimenti precipitato in umile condizione: io lo conobbi e lo amai, distributore di libri, nella civica biblioteca della mia terra natale.

La nonna bella non sapeva stare senza di me. Piombata un giorno improvvisamente a Nizza, dove come ho detto, si era ridotto mio padre per invigilar da vicino certi interessi di famiglia, tanto disse e tanto fece, che persuase il figliuolo a ritornare in Savona. Durante il soggiorno di lei a Nizza io imparai, fanciullino, a smontare orologi. La nonna ne aveva uno bellissimo, di stile antico, tra il Consolato e l’Impero, col quadrante a giorno, contornato d’una fila di perle orientali, e il coperchio posteriore tutto di smalto turchino, con una gran cappellina di paglia dipinta nel centro, e nella cappellina un amorino mezzo nascosto tra le tese allargate. Quell’orologio era il mio sogno: che cosa non avrei fatto, per possederlo! almeno almeno per brancicarlo un poco! Ma il caso venne presto in aiuto al mio desiderio. Andando una domenica a messa in Santa Reparata, la nonna lo aveva dimenticato sulla lastra di un cassettone. Adocchiata la preda, mi arrampicai su d’una seggiola; abbrancai l’orologio; lo guardai per tutti i versi; trovai il modo di aprirlo, e, non so come, anche di smontarne la cassa. Niente atavismo, badate; non ci sono mai stati orologiai in famiglia: del resto, io non venni a capo di ricomporre ciò che avevo così bene disfatto, e la mia precocità nella orologeria fece in quella occasione la sua unica prova. Di molti orologi posseduti in processo di tempo feci sempre un uso più saggio.

Per ritornare a quello, ecco che cosa intervenne. Rientra la nonna, e cerca il suo orologio. Ahimè! l’orologio non si trova. Chi lo ha preso? Tempestano di domande la gente di servizio, ma invano; la coscienza offesa freme nelle risposte; l’innocenza traluce dagli occhi. Ma non dai miei, pur troppo, quando sono interrogato a mia volta. Nego, nondimeno, e si è già sul punto di credermi; allorquando, oh confusione! rovistando febbrilmente da per tutto, la mamma trova il corpo del reato, nascosto nel mio tettuccio, tra la materassa e il saccone. Avrei dovuto ricevere una correzione, tanto salutare quanto sollecita. La giustizia era pronta; ma la parte lesa si oppose, domandò grazia per me. Cara nonnina bella, come ti ho abbracciata quel giorno!

Quando si ritornò sulle rive del Letimbro, feci la strada accanto a lei sul davanti della diligenza. Rammento, di quel poetico viaggio tra il verde e l’azzurro, una fermata di poche ore a San Remo, e certe ova sode sgranocchiate in un giardino, a colazione, dal canonico Bonetti, vecchio amico di casa. Quel giorno mi innamorai d’un calice con la sua patena d’argento dorato, e dichiarai solennemente di voler fare il canonico. Anzi, dirò di più, quella passione mi durò qualche anno: ma quando poi mi fu detto che per diventar canonico dovevo incominciare dal farmi prete, mi passò tosto la voglia; e il canonicato finì, come era finita l’orologeria.

A Savona venne presto il tempo di mettermi a scuola. Mi piaceva lo studio, ma non eccessivamente; piuttosto il giocare alla palla, e il far la sassaiola. Pure, bisognava studiare, far bene i còmpiti e saper la lezione, per vincere. Infatti, era una battaglia anche quella. Ma io trovavo il modo di aver qualche oretta per me, tenendo compagnia alla nonna. Dormivo nel suo quartierino, che era un piano sotto a quello dei miei. La nonna andava spesso e volentieri a passare le belle giornate in villa, anche nelle mezze stagioni; ed io, allora, non che dormire, pranzavo e cenavo da lei. Quando in villa ci si veniva tutti, per l’estate e l’autunno, anche la nonna abitava nel palazzotto, sul colmo del Bricco, dugento passi più indietro da quel gran pino ad ombrello che vigila ancora la mia dolce Savona. Ma quando ci andava per conto suo, la nonna si recava ad abitare presso certi suoi fittaiuoli; non dai Sambarino, che avevano il podere in alto, ma dai Cheti, che tenevano quello più al basso della collina, verso ponente. In quella casa colonica si era fatte aggiustare un paio di camerette, con un terrazzino; ed io, naturalmente, ero sempre con lei. Che giorni felici! Mi alzavo a bruzzico, per ripassar la lezione e fare in fretta il mio còmpito; poi, alle sette e mezzo, con una galoppata di venti minuti, ero alla scuola in città. Alle undici, altra galoppata in su, per far colazione: al tocco da capo in iscuola, per risalire, dopo le cinque, e sempre galoppando, in collina, e per cenare alle sette, ma dopo aver scalati tutti i ciliegi, tutti i peri, secondo le stagioni, o i fichi, i peschi, gli albicocchi della villa. E ciò senza far torto alle siepi, ai roveti, ai corbezzoli, per levare il pane quotidiano ai tordi, ai pettirossi, ai cardellini, agli scriccioli. Quella vita di parecchi anni in moto continuo era la mia gioia, e fu anche la mia fortuna. Non c’era fossato, non fratta, non angolo di bosco, che io non conoscessi. E conoscevo ancora tutte le serpi del vicinato, che andavo a disturbare, con la mia mania di raccogliere gli sparagi selvatici per ripe e ciglioni. Anch’esse mi conoscevano; probabilmente si erano avvezzate a me, perchè mi lasciavano fare. Un giorno ne vidi due, artisticamente avviticchiate, e stetti lungamente immobile ad ammirarle, immaginando che dèssero spettacolo per me, credendomi il dio Mercurio. Ero fresco di mitologia, capirete; ma non giunsi fino al capriccio di fabbricarmi un caducèo, quantunque avessi in pugno una bella verghetta di frassino, che pareva fatta a posta per ciò.

Quella stupenda maniera di vivere non poteva durare eternamente. Finiti gli studi classici, dovevo passare a Genova. La famiglia mi mandò solo; ma poi si risolse di tenermi dietro. La nonna, già avanti negli anni, e naturalmente ligia alle sue consuetudini, non seppe adattarsi a quell’èsodo. Ma io partivo spesso da Genova per andarla a trovare. Cara nonnina bella! ora che ci penso, debbo confessare a mia vergogna eterna, che accanto al piacere di rivederla si muoveva in me il vile desiderio di toccare qualche genovina, o qualche doppia di Savoia, in aggiunta agli scudi che di tanto in tanto venivano a trovarmi, nascosti nel fondo di qualche paio di calze. Ero la speranza di quella donna; a contentarla, a pagarla di tutti i suoi sacrifizi, bastava che io diventassi un grande avvocato. Non l’ho contentata, pur troppo; ma per contro non le ho fatto il torto di diventare un avvocato piccolo, un mezzorecchio, un cavalocchio, un paglietta.