Le ho dato in quella vece un dolore, senza volerlo, e grandissimo, nel ’59, arruolandomi soldato nell’esercito piemontese. La mia cara nonnina si era formato in testa un suo particolare concetto della vita militare. Ne aveva veduti dei soldati; ne aveva veduti a centinaia di migliaia, dal Bonaparte in giù; perchè il marito suo era stato fornitore di truppe in tutta la lunga zona della Riviera occidentale, da Nizza a Genova, prima sotto i Francesi repubblicani e l’Impero che ne seguì, poi sotto i Reali di Sardegna, lasciando nel ’31 in quell’ufficio gli eredi. Forse per ciò, non vedendo i soldati sott’altro aspetto fuor quello dei tempi andati, ella non poteva immaginarseli nel ’59 altrimenti che come povera carne destinata a servire, a soffrire. Ed ancora; si mise forse in mente che io, morto da pochi anni il babbo, mi fossi fatto soldato per bisogno? La poesia dei volontarii non era fatta per entrar più nel suo capo? Avrei dovuto correr da lei, prima di avviarmi in caserma, e tentare almeno di spiegargliela io. Non lo feci, e me ne chiamo in colpa; perchè ella si accorò di una risoluzione che le giungeva così nuova e così inesplicabile, me lo scrisse, e si ammalò subito dopo. Ebbi notizia della gravità del suo stato, quasi nel medesimo tempo che aveva ricevuto la sua lettera di amoroso rimprovero. Disperato, temendo di non veder più quella cara vecchina, che era entrata allora nel suo ottantaduesimo anno, mi feci presentare al generale comandante la divisione di Genova, che era il conte Biscaretti di Ruffia; gli esposi il mio caso tristissimo, ed ottenni da quel degno gentiluomo una licenza di tre giorni; rarissimo favore, in quei momenti di preparazione febbrile. Rubavo tre giorni alle esercitazioni frettolose, che in due settimane dovevano farci soldati, e mandarci utilmente al fuoco. Ma erano così facili, quelle esercitazioni! specie per me, che già, precoce guerriero, avevo impugnato il fucile della guardia nazionale e fatte le mie ore di sentinella al palazzo municipale di Genova. Montai in diligenza la mattina seguente; dopo cinque ore di viaggio ero a Savona; corsi a casa, trafelato; troppo tardi! troppo tardi! Era spirata da pochi minuti, e non potè vedermi al suo letto di morte, la mia cara nonnina.

Ma se ella non mi vide più con gli occhi azzurri, mi sentì certamente con ciò che sopravvive di noi più sereno e più puro. E così mi sente ella sempre; perchè non passa giorno che io non pensi a lei. E un certo che vaporoso e gentile, profumato ed arcano, mi accarezza le tempia, mentre rivedo il volto roseo di lei, le labbra vermiglie, i begli occhi azzurri, i capelli biondi, ben suoi, sotto la cuffiettina di tulle e sotto il lembo del pezzotto di mussolina, l’antica e graziosa foggia delle donne genovesi.

Cara nonnina dolce, quanti anni son passati oramai! Pure, sei sempre qui, sempre qui. Non son diventato niente di ciò che volevi tu, niente di ciò che io medesimo sperai, ne’ miei giorni migliori. Ma se tu vedessi almeno che bella novità! Non ho più, sai? non ho più quei capelli così neri, che ti spiacevano tanto.

Il maestro Segni.

Era l’anno.... Ma no, non me lo fate dire. Quando penso ai fatti della mia prima età, li vedo tanto lontani nel tempo, attraverso una varietà così inviluppata di eventi, che davvero mi sembra di aver raggiunta l’età di Matusalem. Lasciatemi usare piuttosto di un prudente eufemismo. Era l’anno che imparai a leggere; e il mio maestro in quell’arte era il signor Segni, il nobile signor Luigi Segni, datosi per disperato al più nobile tra tutti i mestieri, ma sempre un mestiere, ed ingrato, che è quello d’insegnare l’abbicì alle nuove generazioni. C’è della gente che nei più umili uffizi reca una dignità così semplice, o una semplicità così dignitosa, da far pensare al prete, quando dice la messa. E infine, che cosa fa il prete, all’altare, se non l’offerta a Dio di tutte le miserie dell’umanità? Quella gente offre le sue, e tutte quelle de’ suoi pari, senza dolersi, senza imprecare, senza far paragoni.

Pure, se si fosse lagnato, il nobil uomo ne avrebbe avuto, non una, ma parecchie ragioni. Il casato doveva ricordargli ben altare promesse della vita; e la sua gioventù meglio ancora. Egli aveva vissuto, da giovane, un bel sogno glorioso; era stato soldato di Napoleone, e col grande guerriero aveva passeggiata rumorosamente l’Europa. Fantaccino? cavaliere? artigliere? Non so. Da bambini, si osservano molto i particolari, ma non si ha ancora la curiosità, nè l’usanza di chiederli. Comunque avesse viaggiato e combattuto, il nobile Segni poteva compiacersi delle sue grandi memorie. È una bella cosa avere nella propria vita qualche pagina eroica; serve, se non altro, a consolarci di tante pagine volgari, che ci dobbiamo leggere, o scrivere.

Ora che ci penso, mi pare di poter dire che avesse servito in cavalleria. Rimpicciolito, ai miei tempi, quasi raggranchito dall’età, sicuramente era stato più alto; e quelle sue spalle curve indicavano l’uomo che è vissuto lungamente in arcione, all’eterno sbatacchio della cavalcatura. Su quelle spalle pareva che il poveraccio portasse il peso della campagna di Russia. Ma nel fatto ci portava ancora un ferraiuolo di panno turchino, spelacchiato, sì, ma senza una macchia, sormontato da un gran, bavero di velluto, non più nero da un pezzo, ma senza traccia da untume, o di forfora. Di mezzo agli orecchioni di quel bavero appariva un fazzoletto di tela batista, girato due volte intorno al collo e annodato sotto la gola con un nodettino minuscolo; e sopra quel bavero, sopra quel fazzoletto, tondeggiava una faccia di mela carla, già vizza, ma rosea, ravvivata da due occhietti neri, luccicanti nelle palpebre rossicce, e contornata da un’aureola di capegli bianchi dorati, che sbucavano a ciocche da una berretta di panno nero, con la visiera di cuoio lucido, molto somigliante a quella dei generali russi e prussiani. Berrettacce antipatiche! preferisco l’elmo, nei militari; nei borghesi, Dio mi perdoni, mi adatterei piuttosto alla tuba.

Era dunque pulitino a quel modo, il signor Segni; e non aveva da vivere! Non pensione di riposo, se ben ricordo; non parenti ricchi, non famiglia, nè persone di servizio. Nella via Quarda Superiore della mia città natale, è una casa, a man destra, detta la Torre; quella casa ha un pianterreno, sollevato di parecchi gradini dal piano della strada; a quel piano terreno, di contro all’ingresso, si apre un uscio che mette in uno stanzone, non so bene se solo, o accompagnato da qualche bugigattolo. Là dentro abitava il signor Segni, e c’insegnava a leggere ad una ventina di ragazzi, che gli pagavano, per cotanto uffizio, chi una e chi due lire al mese. Non rammento più se insegnasse anche a scrivere; mi pare di no. Era un digrossatore d’intelligenze; preparava la materia prima, per gli sbozzatori di seconda mano. I babbi e le mamme che avevano troppa molestia in casa dai loro folletti, e ancora non potevano farli ricevere alle scuole elementari, li mandavano volentieri dal signor Segni. Quei folletti ci andavano la mattina, intorno alle otto; ne uscivano al mezzodì, per rientrarci al tocco e restarci fino alle quattro, o alle cinque, secondo le stagioni. Di libri non c’era di bisogno; si portava la colazione, o la merenda, in un canestrino, come fanno ora i ragazzi degli asili infantili. Con noi viveva, e di noi, il povero vecchio, avanzo delle guerre napoleoniche. L’insegnamento suo non aveva mestieri di lavagna, nè di abbecedario; consisteva nella esposizione di tanti quadratini di legno bianco, sui quali erano scritte le ventiquattro lettere dell’alfabeto, nella loro doppia forma, maiuscola e minuscola. Scompigliava i suoi pezzetti; poi ne prendeva uno a caso, lo alzava alla vista di tutti, e domandava: che cos’è questo? Tutti ad una voce si doveva rispondere. Se qualcheduno sbagliava, egli con una facilità meravigliosa distingueva nel concerto delle voci l’autore dello sbaglio; e allora si fermava a fargli osservare le particolarità della lettera mal conosciuta, aiutando la nostra memoria con gli esempi, le somiglianze ed altri artifizi mnemonici. Dovevamo ricordare che la S somigliava al serpente; la X alla croce di Sant’Andrea; il B a due gobbe sovrapposte, e via discorrendo. Poi ripigliava a far leggere; e quando metteva due legnetti di costa, dovevamo leggere la sillaba. Così mi sono io impratichito nelle lettere; coi legnetti! Il mio critico inglese, che anco attraverso agli esercizi traditori di qualche graziosa blue stocking ha saputo riconoscere il mio «stile legnoso», saprà ora dond’esso mi viene, per trasmissione ereditaria; e vada superbo della sua perspicacia.

Finita la scuola, capitavano le fantesche a ripigliarsi i folletti. Il signor Segni, immancabilmente ogni giorno, accompagnava lo sciame all’ingresso, raccomandando di non ruzzolane per la gradinata e di non far chiasso per via. Ma era più facile non ruzzolare, che astenersi dal far chiasso. Regolarmente ogni giorno si faceva la ridda sull’uscio, attaccando la cantilena beffarda:

Signor Segni