Mostra legni!
ripetuta un centinaio di volte, dal portone della Torre, fino alla svolta della strada. Ed anche regolarmente ogni giorno il signor Segni andava in collera, minacciando con la mano distesa uno scappellotto, che, ad onor suo debbo dirlo, non dètte mai a nessuno. Ci voleva bene, quel vecchio solitario; e quand’anche non ci avesse voluto bene per noi, doveva volercelo per quelle due lire, per quella liretta mensile. Povero naufrago della vita! Era ancora una fortuna per lui, aver trovata l’annua sequela di quei venti o trenta folletti, che gli assicuravano il pane quotidiano, e l’alloggio nella Torre.
Come mangiava, il nobile signor Segni? Già ero uscito dalla sua scuola per innalzarmi a cose maggiori, e ancora, non sapevo nulla dei suoi pasti. Noi gli avevamo sbocconcellato sotto gli occhi ogni ben di Dio, pan francese, frutta, ciambelle, dolciumi, non offrendogli mai nulla, non pensando neppure che gliene potesse correr l’acquolina alla bocca. E il giorno di Natale, il gran giorno delle allegrezze di tavola, dove lo faceva egli? Ci pensai una volta, e proprio un mattino di Natale, quando la mamma mi disse: «Senti? saresti capace di fare un’imbasciata, ma per benino, senza perderti tre ore in istrada, secondo il tuo solito? Dovresti andare fino al porto, a bordo del «Lazio», e invitare da parte nostra il cugino Francesco a far Ceppo con noi. È un giorno che va fatto in famiglia; e chi non ci ha la famiglia, deve farlo dai parenti.» Promisi di far presto e bene, tanto mi piaceva di andare a bordo del «Lazio», che era un bastimento del mio nonno paterno, e dal mio cugino Francesco, che ne era il capitano. Ma prima di correre, avevo domandato a mia madre: «E chi non ha parenti dove lo fa?»
— Dagli amici; — mi rispose mia madre.
— E chi non ha amici? — incalzai.
— Tristo chi non ne ha, perchè non ha meritato di averne, o è stato tanto disgraziato da non trovarne! —
Così aveva replicato la mamma; ed io, parendomi di aver mascherata abbastanza con quei discorsi la mia voglia di scappar fuori, insaccai le scale per correre al porto. Dalla piazza della Maddalena al porto non era un gran tratto. Si rasentava il palazzo dei Multedo, si lasciava la via degli Orefici a destra e la Quarda Superiore a sinistra; s’infilava un archivolto, si riusciva in piazza Colombo, e la calata era là, in fondo alla piazza, coi suoi bastimenti accostati. Era un affar di due minuti, con le gambe di sette anni che avevo. Ma alla svolta di via Quarda mi tornarono a mente le parole della mamma. E dissi tra me: «Povero signor Segni, quest’oggi! Non ha famiglia, non parenti, nè amici.»
Non amici! Ah, questo, poi! E mi avvenne, così pensando, di non infilar l’archivolto, ma di svoltare a mancina, verso la Torre. Dove sarà il signor Segni, a quest’ora? Lo troverò in casa? Casa, per modo di dire; sapete già che era uno stanzone, d’aspetto così così, tra la cantina e il granaio.
L’uscio era chiuso; bussai. Venne il signor Segni ad aprirmi, il signor Segni senza il peso del ferraiuolo sulle spalle, ma sempre con quello della campagna di Russia. E doveva anche, così, in maniche di camicia, aver freddo come al passo della Beresina, quantunque in mezzo alla camera ci fosse un caldano acceso, su cui il nobile vecchio aveva messo a bollire un pentolino, donde, insieme col fumo, saliva alle nari odor d’aglio e cipolle.
— Vedi? — mi disse il mio antico maestro. — Si fa Natale anche noi, col pan cotto.