Poi, volgendosi al cielo, ove il dipinge
De’ suoi sette color di luce un raggio,
Con un lungo sospir, «troppo» gli dice,
«Troppo ratto venisti, arcobaleno!...»
Scorati, avviliti dalla pace di Villafranca, ripassammo il Mincio. Io, dopo una fermata di qualche settimana a Brescia, ebbi modo di ritornarmene a casa in licenza. E ripassai da Milano. Ahimè! la città era piena di vita; ma niente fiori, per noi, niente corone, niente applausi, niente sorrisi. Sempre ben veduti e festeggiati i nostri compagni dai pantaloni rossi; lo meritavano del resto, e pel valore e per la grazia ond’erano esemplari; ma noi, poveracci, neanche ci guardavano; ci sembrava d’esser tollerati, come i cani in chiesa. Certo, non eravamo belli a vedere; ma più ancora che cani, dovevamo parere un po’ orsi. Ah, bene! pensai. Andrò a rifarmi la bocca con una visita a Don Alessandro. M’avevano detto che era a Milano; quattro salti, adunque, e capitavo in piazza Belgioioso. L’autore dell’«Adelchi», seguitavo a pensare, mi accoglierà con affetto paterno, egli che mostrò di non amare nè i Longobardi nè i Franchi. Andiamo, sarà una festa dell’animo. Di che temere? Non valgo oggi più di due mesi fa, quando non avevo ancora ricevuto il battesimo del fuoco?
Il ragionamento filava dritto, come le mie gambe fino alla piazza Belgioioso. Ma laggiù mi fermai; un altro intoppo mi trattenne. Un mese prima, di là dal Mincio, il furiere mi aveva mandato a comperare una misura d’olio a Lazise. L’orciuolo era guasto; ne trapelava il liquido da un piccolo buco, e m’ero fatto, senza avvedermene, una bella macchia d’olio sulla falda del cappotto. Me ne avvidi dopo l’armistizio, alla prima rivista; o, per dire più esattamente la cosa, me ne aveva fatto avvedere con una ramanzina il tenente Parodi. Avevo lavata la falda contaminata, nell’acqua del Mincio, ma invano; quantunque ci logorassi un pezzo di sapone, la macchia traditora era comparsa da capo. Non ci avevo fatto attenzione in campagna: me n’ero dato pensiero a Milano; in piazza Belgioioso me n’ero spaventato senz’altro. Potevo io presentarmi così infrittellato ad Alessandro Manzoni? No, niente visita, e fronte indietro da capo.
Cinque anni dopo tornai a Milano; e mi additarono il Manzoni per via. Mi balzò il cuore; seguitai un tratto quel vecchio un po’ curvo, che andava a passettini svelti lungo la corsìa del Giardino; ma non osai passargli avanti e dargli noia con una impertinente guardata in faccia. Così restai, senza averlo veduto altrimenti che per le spalle. Quella volta avevo anche un grave negozio per le mani, e le ore contate: non era tempo da visite.
Più tardi ancora, intorno al ’70, trovandomi ancora a Milano, un amico che bazzicava in casa di Don Alessandro, mi disse:
— È un grand’uomo cortese; vi riceverà benissimo; andateci.
— A che fare? — risposi. — Allora che ne sentivo il desiderio così vivo, ero un soldatino; gli avrei portato, se non altro, un po’ di quella poesia che era in tutti noi, accorsi sotto «la santa vittrice bandiera» da ogni regione d’Italia. Che cosa gli porterei ora? Il diavolo porti me, s’io so «hic et nunc» che cosa potrei portargli, e che gli facesse piacere. No, no, niente visita, e lasciamolo tranquillo nella sua gloria. È una cosa fredda, la gloria; ma non l’ho fatta io. So, dopo tutto, che ce n’è un’altra, più fredda ancora e più uggiosa, la noia: e questa, che sarebbe in poter mio di cagionare alla gente, è sempre in poter mio di risparmiarla a un grand’uomo. —