Così mi trattenni; così restai, poichè voglio dir tutto, a crogiolarmi lì tra i fondacci d’una strana viltà.

Musicista e poeta.

Erano amici, amicissimi; l’uno musicista, e l’altro poeta. L’uno e l’altro lasciarono poco di scritto, sebbene avessero ingegno da far molto, e vena e dottrina più di tanti che so io. Li vinse, li trattenne fra i dolci amplessi e le molli lusinghe la beata pigrizia? o non ebbero i tempi propizi alle meditazioni feconde, ai nobili ardimenti, alle belle volate? Non so, e non voglio cercare. Il primo ebbe discreto nome in gioventù per alcuni pezzi di musica sacra, rimasti sepolti a Genova nella cantorìa di Sant’Ambrogio, e maggior grido in tutta Italia per un valzer cantabile, ristampato più volte. Del secondo si citano tre drammi lirici, ed io rammento una coppia di versi senarii, dodici sillabe in tutto.

Metto insieme i due personaggi, poichè, oltre il fatto dell’essere amici, nella cronaca genovese di venti e trent’anni fa andavano sempre appaiati in qualche grazioso aneddoto, e amavano di farsi a vicenda delle piacevolissime burlette; per esempio il chiapparello dell’invito a pranzo, in cui or l’uno or l’altro cascava, dando materia di riso alle brigate.

Il poeta faceva i suoi pasti all’«Ussero», una vecchia trattoria, oggi sparita, nel vicoletto che dalla piazza delle Vigne mette in via degli Orefici. Sentendone decantar la cucina, il musicista si era lasciato invitare dal poeta; il quale, col pretesto delle porzioni abbondanti, ordinò il suo solito pranzo, per giunta abolendo la minestra, come una inutile risciacquatura di stomaco; e tre pietanze, il dolce e il formaggio spartì fraternamente coll’amico. Questi, che aveva sperato di pranzare «in Apolline», la fece per quel giorno magrissima.

— Che ti pare? — gli disse il poeta, com’ebbero finito. — Non abbiamo assaggiato di più cose, con questo metodo, e non siamo stati benissimo?

— A quel dio! — rispose il musicista, inarcando le ciglia ed allungando le labbra. — Ma se tu fai conto di pigliarmici un’altra volta!... —

Un giorno il musicista invitò a pranzo il poeta. L’appuntamento era per le cinque, sotto l’orologio del teatro Carlo Felice; di quel teatro dove l’uno era professore nella famosa orchestra diretta dal Mariani, dal divino Mariani, e l’altro aveva ufficio di poeta; un ufficio nel quale non faceva niente, e per il quale gli davano altrettanto, coll’aggiunta dell’ingresso in palcoscenico e il diritto di offrir le pasticche al corpo di ballo. Giunto al ritrovo, il poeta trovò il musicista, più che puntuale, che lo stava aspettando. Si fecero quattro passi su e giù; se ne fecero quaranta; se ne fecero quattrocento, davanti al teatro, discorrendo di cento cose; e in questi discorsi, e in questi andirivieni, passò una mezz’ora.

— Capisco; — disse il poeta tra sè. — Per andare a tavola è forse troppo presto, e un po’ d’aria con un po’ di moto aguzzerà l’appetito. —

E passeggiavano sempre; passeggiarono tanto, che l’orologio del teatro suonò le sei. Ma il musicista non se ne diè per inteso: seguitava a passeggiare, a discorrere.