— Aspetti qualcheduno? — gli chiese il poeta.

— Sì, per l’appunto; — rispose quell’altro.

Aspetta, aspetta, suonarono le sei e mezzo. Il poeta non ne poteva più dall’inedia.

— Ma si può sapere chi aspetti? — domandò.

— Vuoi saperlo?

— Se ti piace di dirmelo.... poichè tanto abbiamo da ritrovarci insieme....

— Certo; — rispose il musicista. — È un personaggio senza del quale non si andrà a tavola. Aspetto uno che, com’io ho invitato te, c’inviti a pranzo tutt’e due. —

Ma è tempo che si facciano i nomi. L’accenno al suo valzer, che si canta ancora come aria di bravura dalle prime donne d’antica scuola, vi avrà lasciato indovinare quello del musicista: il maestro Luigi Venzano. Era un omino tutto pelle e ossa, gentile d’aspetto, con un profilo che ricordava quello di Dante, dipinto a fresco da Giotto, in Firenze, nella cappella del Podestà. S’intende che bisognava tener conto degli anni, e dei danni che essi arrecano alle facce dei miseri mortali. I capelli erano pochi, neri, lucidi, ravviati in due cernecchi che venivano innanzi a carezzare i rosei pomelli delle guance: due baffettini neri neri, ma radi radi, gli ombreggiavano appena il labbro superiore. Luigi Venzano odiava i peli bianchi, e siccome odiava parimente le tinture, usava alla sua eterna giovinezza il cortese artifizio di strappare i peli bianchi via via che apparivano. Per tal modo i baffettini si andavano facendo più scarsi. Non era alto di statura, e aveva leggermente voltate ad arco le gambe, su cui camminava alquanto piegato nella vita. Abuso di violoncello, diceva lui. Infatti, era professore di violoncello al civico Istituto di Musica, e suonava magistralmente il suo patetico istrumento, così nell’orchestra del Carlo Felice come nella cantorìa di Sant’Ambrogio, avendo fama per la sua bella cavata, quanta ne aveva per il suo valzer cantabile.

Ben voluto da tutti, era ricercato nella miglior società, dove portava la sua personcina eternamente giovane. Ma nella sua vera gioventù era stato sul punto di prender moglie, essendosi innamorato a buono. La ragazza era bella; il padre, senza, esser ricco, aveva abbastanza del suo per non far nulla e per assegnarle una dote, in attesa del resto che non le sarebbe mancato, essendo figlia unica. Quel babbo non volle saperne di Luigi Venzano, maestrino di musica, già noto per qualche graziosa composizione, ma ancora e più per certe sue scappatelle.

Direttore d’orchestra del Carlo Felice era allora il maestro Serra, che morì ottuagenario poco dopo il 1860. Il maestro Serra, per fortuna, era amico del babbo tiranno.