Il Torricelli, frattanto, mostrandomi tutti i suoi denti bianchissimi nel doppio arco delle labbra vermiglie, mi faceva un graziosissimo inchino.

— Puoi esser contento; — diss’egli. — Cicerone ti conosce.

— Taci, assassino! — brontolai, pizzicandolo forte in un braccio.

Per quella sera sopportai con dignità la mia gloria, come si sopporta con perdonabile ostentazione una grande sventura. Ma d’allora in poi non ho più pensato a Marco Tullio senza un certo sentimento misto di tenerezza, di reverenza e di vergogna. Sì, anche di vergogna. Infatti, quel grand’uomo conosceva me, quasi ragazzo, uscito appena di collegio, ed io conoscevo lui così poco! Una Catilinaria, quella del quousque tandem, e mezza la Miloniana, era tutto quello che avevo scorticato dal suo stupendo latino. Ripigliai subito a leggerlo; lo lessi tutto, da capo a fondo, orazioni, opere di retorica, di politica, di morale, di storia, epistole, perfino i frammenti poetici; e tanto lessi e rilessi, che certe cose sue, come il «De Senectute», le ritenni in gran parte. Così m’è entrato in testa un po’ più di latino che non ne avessi voluto imparare a scuola: così m’è entrata nell’ossa la manìa delle citazioni latine. Chi l’ha nell’ossa, la porta alla fossa. Ed amo Cicerone; e vado in collera se qualcheduno ne dice male; e butterei il libro, fosse pure d’un erudito tedesco, in cui non gli vedessi resa la giustizia che merita. Che si canzona? Cicerone! Cicerone, che mi conosce!...

Cioè, intendiamoci, mi conosceva allora. Ma con tant’anni passati, non c’è caso che il grand’uomo si sia dimenticato di me? Vorrei chiederne alla tavoletta, poichè di questi balocchi ne girano ancora pel mondo; ma non lo faccio, per parecchie ragioni, delle quali basterà dirne una. Quel grande amico mio è uno spirito puro; ci sarà tempo a domandargliene; laggiù per esempio, in quel

nobile castello

Sette volte cerchiato d’alte mura,

Difeso intorno d’un bel fiumicello,

che Dante, l’autentico, ha descritto così bene nel quarto canto dell’«Inferno». Laggiù, se mi sarà dato d’entrar di straforo, tra il chiaro e il fosco, andrò bene a tirare il mio grand’uomo pel lembo della toga. E già pregusto l’allegrezza d’una conversazione come questa:

— Scusi, signor Marco Tullio degnissimo.... Se permette, io sarei quel tale.... Si rammenta?