— Utike. —
Si legge, si rilegge, è proprio utike; nè altro v’aggiunge lo spirito del grand’uomo, che ai tempi suoi certamente non aveva dato saggi di tale breviloquenza spartana.
— Utike! — esclama uno degli astanti. — Che diavolo è?
— Non è latino, a buon conto; — osserva un altro.
— Utique doveva dire; — commenta un terzo, che è fresco di studi.
Fresco di studi ero ancor io, e magari di spropositi nella sacra lingua dei padri. Ridotto in un angolo della sala coll’amico Torricelli, notai a mia volta:
— E se al tempo di Cicerone si fosse detto utike? È egli poi certo che gli antichi Romani, nelle sillabe qua, que, qui, quo, facessero sentire il suono dell’u? Non si cita egli come un bisticcio di Cicerone la frase «tibi quoque placebo» ch’egli disse ad un cuoco, da cui era stato richiesto d’una grazia? E sarebbe stato possibile il bisticcio, se nella pronunzia il quoque, che significa «pure, anche, eziandio», non si fosse confuso col vocativo di coquus, anzi diciamo pure di cocus?
Maraviglia delle maraviglie! Parlavo a mezza voce, in un angolo della sala: ed ecco: sulla gran lastra dove stava posata, la tavoletta fa un salto, scappando quasi di mano al suo custode, e scrive a gran furia queste poche parole:
— Barrili ha ragione. —
Confesso che lì per lì, quando sentii rilevare la frase, n’ebbi una scossa; e una scossa niente piacevole, quantunque ci fosse da sentirsi lusingati dalla approvazione d’un tant’uomo. Me l’aspettavo così poco, se mai! D’altra parte, Marco Tullio avrebbe fatto meglio a darmi ragione in latino. Inoltre, quell’esser conosciuto io, proprio io, da un uomo di tanta levatura, e di tanta antichità, per giunta, non finiva di persuadermi. Va bene, pensavo, che gli spiriti acquistano, dopo la morte dei corpi, la conoscenza di moltissime cose; e magari, la conoscenza di tutte; ma che si pieghino.... ma che si degnino.... E qui, tra tanti dubbi, non finivo neanche il periodo.