Questo, per l’appunto, era stato il caso mio coll’apocrifo Dante. Ed io mi adattai alla spiegazione che lì per lì me n’era stata fornita dai pratici; me ne persuasi facilmente, tra perchè a far diverso avrei mancato alle buone creanze, e perchè sarei passato per più scettico che veramente non fossi, o non avessi il diritto di essere. Amai piuttosto lasciare quelle esercitazioni spiritiche, le quali finalmente mi turbavano un poco. E del resto, a che pro’ le avrei continuate? A trattare con ispiriti cattivi, impuri e burloni, non c’è niente più sugo che a barattar discorsi con troppi dei nostri amati contemporanei. Godiamoci questi, coi quali è viaggio obbligato: a conversare cogli spiriti eletti ci sarà sempre tempo; anzi, ne avremo tanto, da rifarci ad usura dei pochi lustri perduti «in hac lacry....» Ma no, vediamo di meritare il perdono, schivando per una volta tanto il peccato; e in povera lingua italiana raccontiamo il caso, per cui s’invocano le circostanze attenuanti.
Il nostro evocatore di spiriti era un capitano in ritiro, brav’uomo, digiuno di studi, anzi diciamo pure incolto in ogni disciplina, che non fosse quella del reggimento. Sapeva un po’ d’inglese, per pratica fatta in una legione anglo-italiana, nella quale aveva militato quattro o cinque anni addietro; per contro, ignorava il latino, e parlava l’italiano con un gran miscuglio di parole e di frasi piemontesi. Brav’uomo, ho detto, buon padre di famiglia, di costumi esemplari e di maniere garbate, a cui dava più spicco il suo testone di mago sabino, incorniciato alla diavola da una selva di setole arruffate, d’un nero d’ebano già largamente brizzolato d’argento; colla fronte mezzo occupata da due ispide sopracciglia, sotto le quali scintillavano gli occhi mobilissimi; non lungo il naso, ma grosso, carnoso e sincero nel suo buon colorito vermiglio; nascoste le labbra sotto due baffoni che gli prendevano mezze le guance, andando a collegarsi colle fedine; e quel che restava di pelle alla vista era tutto un intreccio di solchi, da disgradarne un obelisco di Memfi, un cilindro di Babilonia, un mattone di Ninive.
Da quanto tempo trattasse la tavoletta spiritica, e come e perchè gliene fosse saltato il ticchio, non saprei dirvi adesso, non avendo pensato allora a domandargliene. Certo, al tempo ch’io lo conobbi, la tavoletta e lui erano come pane e cacio: bastava ch’egli ci mettesse sopra le sue larghe mani callose, sfiorandola appena col sommo delle dita, perchè quella fremesse e scricchiolasse; poi, quando ci aveva dentro lo spirito chiamato, corresse, corresse, scrivendo con una velocità maravigliosa. Rammento ancora d’un fatto strano intervenuto al brav’uomo, e ch’egli raccontava con molta semplicità, senza dargli importanza. Una notte, essendo egli nel primo sonno, era stato svegliato dalla moglie sbigottita, che aveva sentito battere all’uscio della camera. Gatti, non ce n’erano, in casa. Che si trattasse d’un sorcio? Ma no; era un colpettino secco, che ad ogni tanto si ripeteva, con insistenza, e via via con frequenza maggiore. Saltò dal letto il buon capitano, andò ad aprir l’uscio e al lume della candela che vide egli mai sulla soglia? La tavoletta, la tavoletta spiritica, che ben ricordava di aver lasciata sulla lavagna, nella sala delle amichevoli adunanze serali. Ed anche ricordava allora di averla lasciata là, senza rimandare pei fatti suoi l’ultimo spirito chiamato: ond’era ben naturale che quel poveretto venisse a chiedergli in quel modo la sua liberazione. Sorrise allora, il buon capitano; fece gli atti necessarii per licenziare lo spirito prigioniero; quindi rimise la tavoletta al suo posto, dond’ella non ebbe più ragione di muoversi.
Si andava in molti, ogni sera, nella casa ospitale del nostro evocatore di spiriti; in una delle vie più antiche e più strette di Genova, tra la piazzetta della Posta vecchia e la piazzetta di San Luca. La più parte dei frequentatori erano emigrati, poichè si era poco innanzi il 1859; siciliani, napoletani, romani e romagnoli, abbondavano; tutta gente per bene, che viveva con pochi quattrini ma anche con molta dignità, anteponendo lo svago temperato di una conversazione in qualche casa d’amici, alla vita scioperata del caffè, o peggio, alla vita oziosa d’una sala da giuoco. Io ci avevo particolarmente gradita la conoscenza di un Torricelli, napoletano, gentil cavaliere, mingherlino e aggraziato, dagli occhietti vivi e dalla barbetta nera e lucida, che si muoveva tutta d’un pezzo ad ogni sorriso delle labbra sottili, che mettevano in mostra due fila di candidissimi denti. Era stato alla difesa di Roma, ed uffiziale d’ordinanza di Garibaldi, nell’epica ritirata di San Marino, i cui particolari amavo farmi raccontare ad ogni tratto da lui.
Da questo amico mio fu chiamato una sera lo spirito di Archimede. Venne questi, e diè segno d’esser lì, pronto a rispondere: ma alla domanda mentale del Torricelli non rispose poi altrimenti che con certo guazzabuglio di linee, segnate sulla lavagna con un bel numero di salti avanti e indietro, a destra e a sinistra, pari a quelli che può fare sulla scacchiera il cavallo.
— Che roba è questa? — si chiedeva. — Ma questo non è rispondere.
— Anzi, — notò gravemente il Torricelli, — lo spirito risponde benissimo. Gli ho chiesto di descrivermi la forma del porto di Siracusa. —
Non c’era altro da replicare. Quei segni potevano benissimo rappresentare il porto di Siracusa, nell’anno 212 innanzi l’èra volgare, quando il console Claudio Marcello assediava la città, e Archimede la difendeva colle sue trovate scientifiche. Potevano, dico; se poi rispondessero al vero, non era da noi l’indagare.
Anch’io fui invitato quella sera a chiamare uno spirito; ma avevo fresca la memoria del mio caso con Dante, e non volli procurarmi a così breve distanza di tempo una seconda canzonatura. Altri, in quella vece, chiamò Marco Tullio Cicerone. E qui, si capisce, grande curiosità, grande aspettazione di tutti i presenti, come quando in una brigata si annunzia l’arrivo di un personaggio eminente. Archimede poteva esser grande fin che voleva, come un insigne matematico, ma i più potevano anche ignorare i suoi meriti altissimi: nessuno poteva per contro ignorare la solenne figura storica di Cicerone, gran politico, gran filosofo, grande oratore, anzi l’oratore per eccellenza.
Cicerone arriva; e subito l’invocatore, posando la mano su quelle del mediatore, gli volge la sua domanda mentale. La risposta non si fa aspettare; Marco Tullio entra in argomento ex abrupto, come aveva fatto a’ suoi tempi con Sergio Catalina, e scrive quella risposta in una sola parola: