— Davvero? Li fumava toscani, Dante?
— Sicuro, essendo toscano egli stesso. È vero, per altro, che il Ferruccio, quantunque toscano, non lo imitava. Ma quello era un soldato, che aveva fatta la pratica nelle Bande Nere: perciò fumava con la pipa di gesso.
— Quante belle case sai tu!
— Sì, che te ne pare? E tutte utili egualmente. Se avrai tempo da perdere, vieni da me, e te ne dirò delle altre. —
Sono passati due anni oramai, e non ho più visto l’amico Bastiano. Dopo quella visita non si fece più vivo con me. Così non ho conosciuta neanche, e non ho avuto da persuadere quella «donna superiore» di sua moglie. Ma spero di persuaderne delle altre, anche più superiori di lei. Stimatevi felici, o mamme, quando i vostri rampolli non vogliono studiare. Sono sulla buona strada; non li sforzate a cambiarla.
Il mio latino.
Gli amici che mi leggono, buona gente e dotata d’una pazienza estrema, mi accusano del troppo slatinare ch’io faccio, quante volte, con una ragione o con l’altra, e magari senza ragione, mi riesce di tirare la mia prediletta lingua morta tra i fatti, le costumanze e le conversazioni dei vivi. L’accusa, non lo nego, è fondata: ma se per questa dovessi mai esser tratto in corte d’assise, potrei certo invocare a mio benefizio le circostanze attenuanti. La gratitudine mi ha fatto colpevole; e l’occasione del peccato, come della gratitudine, mi è venuta dal praticare cogli spiriti; con quelli, s’intende, che si presentano a noi in una tavoletta scrivente.
Saprete, o non saprete, di che cosa si tratti: ond’io, nel dubbio, ne dirò brevemente quello che mi parrà necessario. Tanto, si fa per discorrere, e si passa mezz’ora. Figuratevi una tavoletta sottilina e minuscola, non più larga delle due vostre mani accostate, più lunga di poco, a tre canti arrotondati, poggiata su tre gambette smilze, due delle quali, le posteriori, finiscano in un piede emisferico assai levigato, e la terza, anteriore, sia munita d’un gessetto, o d’un cannellino di pietra de’ sarti. La tavoletta si colloca su d’una gran tavola, nel cui ripiano è incastrata una lastra di lavagna; due mani, quelle del medium, ossia del mediatore opportuno tra voi e gli spiriti, si posano sulla tavoletta, premendovi su leggermente: uno degli astanti invoca allora lo spirito di un trapassato, più o meno illustre, o per qualche ragione pregiato e caro, a cui gli prema far domande, ad alta voce, o mentali. Lo spirito invocato, o chi per lui (vedremo or ora il perchè di questa restrizione prudente) dà segno del suo arrivo con un fremito, con uno scricchiolìo, o addirittura con un balzo della tavoletta. Siete allora alla presenza sua; ad alta voce, o mentalmente, gli potete domandare quel che volete, ed egli vi risponde come e fino a tanto che gli pare. La tavoletta, seguita a stento dalle dita del mediatore, corre sulla lavagna, saltellando o scivolando sui piedi posteriori; e così correndo a sua posta, scrive coll’anteriore (scriver coi piedi non è poi una gran novità), dando alle vostre domande una serie di risposte, di cui potete contentarvi, sì e no, come di quelle d’ogni altro interlocutore.
Di questo, e d’altri consimili, che non so dire se giuochi maravigliosi o fenomeni strani della misteriosa natura, non voglio dare un giudizio, che per la mia poca esperienza e per la mia pochissima dottrina dovrebbe apparir presuntuoso. Confesserò candidamente che qualche volta la tavoletta spiritata mi ha messo in pensiero, specie quando le domande erano fatte mentalmente, e le risposte tornavano. Ce n’erano di savie e di pazze, di profonde e di sciocche, ma sempre, o quasi sempre, calzanti. Una sera avevo commessa la imprudenza grande di scomodare lo spirito di Dante Alighieri, per chiedergli mentalmente se davvero la Beatrice della «Vita Nuova» e della «Commedia» fosse una donna vissuta, in carne ed ossa, e figliuola di messer Folco Portinari. Il divino Poeta ebbe la bontà di rispondermi: «Ah, tu non conoscesti quell’angelo! Ella fu il conforto della mia misera vita». Così, preso romanticamente l’aìre, mi si stemperò in una fuga di strofe settenarie, sul taglio dell’«Ei fu», ma per verità senza la forma composta e il fare serrato del Manzoni; tanto che non ne tenni un verso a memoria, e mi dolsi piuttosto che andasse sprecato in quel vaniloquio il gessetto. Ma non c’era da stupirsi, se lo spirito rispondeva in quel modo, mentendo così sfrontatamente all’arte sovrana dell’Alighieri. Non avevamo da fare con Dante, pur troppo; un ignoto spirito canzonatorio s’era fatto avanti in sua vece.
È risaputo dagli intendenti di spiritismo che non sempre lo spirito chiamato viene egli in persona, e che spesso, essendo egli impegnato altrove, o sdegnando questa maniera di confabulazioni terrestri, uno spirito burlone o maligno occupa il suo posto nella sottile assicella, amando farsi passare per lui. Ci sono spiriti buoni e cattivi, nel mondo di là, puri ed impuri, serii e faceti; come nel mondo di qua, nè più nè meno: e quando nella tavoletta, scambio del puro spirito invocato, ve ne capita uno di quei tali che lavorano ad ingannarvi, c’è proprio da guastarcisi il sangue.