— Diablo mundo! ma io non starei mezz’ora al mio banco, per quella miseria.
— Vedi? tu l’hai detto: al mio banco. Ma il mio non è un banco, è una cattedra! che ci vuoi fare? Amico Bastiano, questa è la vita, coi suoi bravi contrasti. Diglielo, a tuo figlio, che non studii. Non c’è bisogno di dottori in Italia; c’è bisogno di milionarii; e se amate il vostro paese....
— Ma sì; tanto è vero che ci si torna.
— Orbene, se amate il vostro paese, arricchite. E al tuo figliuolo raccomandagli di non logorarsi il cervello con gli studi classici. Bella roba! avremmo in patria un disperato di più. Quando penso che tanti babbi si accorano e tanto mamme si disperano, perchè i loro figliuoli non vogliono studiare! Che pazzìa! che sciocchezza! Vedete l’amico Bastiano, vorrei dire a tutti quanti; non voleva studiare, neppur lui; piantò la «Regia Parnassi», il Porretti e il Mandosio; andò a far le vitacce in America; n’è uscito sano, fresco come una rosa, lucente come uno specchio, brillantato come lo Scià di Persia, onest’uomo sempre, e milionario per giunta. Che cosa domandereste di più, per i vostri rampolli? —
Rideva, l’amico Bastiano; non so poi se verde o pavonazzo, ma certamente con gran rumore di fauci.
— Se tu almeno volessi far intendere queste cose a mia moglie! È lei, che non si vuol persuadere. Ma tu non puoi neanche onorarci.... Hai da montare in cattedra....
— Sì, caro; ma prima di tutto in tramvai. —
L’amico Bastiano si alzò finalmente. La visita era durata assai più dei cinque minuti promessi. Ma era anche colpa mia, che avevo chiacchierato tanto. Si alzò, dico, e mi offerse un sigaro, lungo, grosso, odoroso, con la fascia argentata. Sorrisi, accettando, e misi il prezioso dono sul mio tavolino.
— Non fumi? — domandò.
— Come un Mongibello; — risposi. — Ma questo lo terrò per memoria della tua bella visita. Caro mio, — soggiunsi, — per solito, io li fumo toscani, ed anche mezzi, come Dante.