Ahi Genovesi, uomini di versi

D’ogni costume e pien d’ogni magagna,

Perchè non siete voi dal mondo spersi?

Uomini di versi, mi capiscono? di versi, come a dire versificatori, poeti.

— Ah, così lo intendete voi il «diversi»? — gridai io. — Separando la prima sillaba dalle altre due?

— Come l’ha separata evidentemente il Poeta. I copisti, come ella m’insegna, volevano far capire molta roba in un piccolo spazio. Così tutte le parole si trovavano sempre l’una all’altra accostate, come se tutte le undici sillabe del verso facessero un corpo solo. Il giorno che si cominciò a divider parola da parola, ne accaddero di belle e di brutte, secondo il senno e la scioccheria degli interpetri, separando dove andava unito, lasciando unito dove andava separato. Così nacque la lezione errata del «diversi» che dalla prima stampa della «Divina Commedia» passò facilmente, come passa l’errore, in tutte le stampe seguenti.

— Ma il Poeta ha soggiunto: «d’ogni costume».

— Appunto, d’ogni costume, cioè a dire di versi d’ogni stile, d’ogni maniera, d’ogni forma, d’ogni misura. Si vede di qui che i Genovesi facevano come i Provenzali, dei versi lunghi e dei corti, a rime baciate, alternate, intrecciate, incatenate e via discorrendo. Chi sa? avranno anche usato dei metri nuovi, di cui si fecero poi belli tanti altri poeti.

Ma Dante ha detto ancora: «e pien d’ogni magagna».

— Ed ecco il suo torto; gelosia di mestiere. E non importa che ne scapiti la memoria del Divino Poeta, la verità prima di tutto, anche prima di Dante. Ora la verità è questa, che se i Genovesi facevano versi d’ogni costume, cioè d’ogni forma e d’ogni metro, non si può asserir senza prova che li facessero «pien d’ogni magagna» cioè duri e fallati. Ne avran fatto dei buoni e dei cattivi, Dio misericordioso, come a tutti succede. Chi fa falla, e chi non fa sfarfalla. —