— Benissimo! — esclamò il professore. — I vostri concittadini si canzonano dunque da sè?

— Spesso e volentieri; ed è una delle loro virtù. Pensi che non si hanno a male neanche l’invettiva di Dante: «Ahi Genovesi, uomini diversi» e non hanno mai tentato di darne una versione laudatoria, come fecero i Pisani col loro «O Pisa, vita e imperio delle genti». —

E volevo continuare; ma non me ne diede licenza il Rettorica.

— Se permette, — saltò su l’oste letterato, — io non sono della sua opinione.

— E per che? sopra tutto su che?

— Sui Pisani.... e sui Genovesi. I Pisani hanno un bel dirsi «vita e imperio delle genti» aggiustando a modo loro il «vituperio» del verso dantesco. Ma come hanno aggiustato quello, non hanno mica aggiustati i versi che seguono. Bella vita e bell’imperio di Pisa, se il Poeta può seguitare, augurandole una visita della Capraia e della Gorgona, che «faccian siepe all’Arno in sulla foce, sì ch’egli anneghi in lei ogni persona!» Quanto a noi Genovesi, sta bene che Dante ci ha bollati d’un marchio rovente; ma per cosa di cui possiamo stimarci onorati. Parlava in lui, mi scusino, parlava in lui la gelosia di mestiere. Sicuro; non era un poeta, lui? Ora, i Genovesi, e per sua confessione, erano poeti al pari di lui.

— Come lo provate? — domandò colla sua usata gravità il professor Rauchen. — Mi ricordo di avere ancor ieri fatto ricerche all’Archivio intorno ai primi saggi di poesia dei Genovesi nel Medio Evo, e di non aver potuto legger altro che questi due versi di una iscrizione funeraria trovata in San Giovanni di Prè. Era l’epigrafe di due coniugi, che dicevano in voce di marmo ai vivi:

Tu ki ki ne trovi

Per Dè, no ne movi.

— Io non so niente di questo; — rispose il Rettorica, senza scomporsi per così poco. — So che Dante aveva i Genovesi per un popolo di verseggiatori; tanto che disse loro: