IV.

Si rise, e si fecero ancora le debite congratulazioni all’oste letterato, per la sua «tradizione costante». Ma il professor Rauchen era rimasto pensoso; e allora s’indovinò che il dotto uomo aveva una lezione in corpo, e tutti ci rivolgemmo a lui, in aria di grande aspettazione. L’archeologo insigne capì che si attendeva il suo verbo, e non volle farcelo sospirare.

— La vostra storia è interessante; — diss’egli al Rettorica. — Ma io sto cercando dentro di me quando la tradizione sia nata. La crederei piuttosto recente, cioè del tempo tra il Novellino e il Decamerone, quando lo spirito allegro, ma non caustico, degli Italiani, immaginava le sue burle senza cattiva intenzione, non grossamente come ha fatto da noi la Riforma.

— Ecco una bella occasione di studio per lei; — mi arrischiai a dir io.

— Non per me; — rispose il Rauchen, rizzandosi sulla persona — Non sono per me queste gaie materie. Ma so ben io chi potrebbe gustare questa leggenda, e farne tema di una dotta monografia; il mio amico Laer, della università di Eidelberg, che è senza contrasto il più insigne folklorista d’Europa. Perchè questa — soggiunse gravemente il nostro archeologo — appartiene senza dubbio al Folklore, a questo mobile laboratorio di tradizioni, di leggende, di frottole, che si foggiano così volentieri in canzoni ed aneddoti. Per il tempo in cui essa si è formata, mi pare d’averci colto. Ma ho qualche incertezza rispetto al luogo. Avete dei popoli rivali, in queste vicinanze? Ordinariamente c’è una città che si diverte alle spese di un’altra.

— Niente di ciò, da queste parti; — risposi. — Siamo popoli strani. Credo che la celia sia nata in casa. Anche il nostro Rettorica l’ha sentita in casa, come ci ha confessato. E i nostri concittadini, veda, son troppo fatti così, che sanno ridere, viva la faccia loro, e si mettono volentieri in burletta da sè. Noti ancora che quel «cento per uno» li solletica dolcemente nell’amor proprio: ma anche di questo si correggono, pensando con una certa amarezza che altri, e non di casa, hanno saputo offrir loro il «mille dell’uno»; ond’essi, abboccandovi, sono rimasti più d’una volta con un pugno di mosche. Effetto, questo, dell’aver trascurati i dettami della sana filosofia; di quella filosofia, dico, che raccomandava il signor Michele, mio onorevole amico.

— Un altro saggio di Folk-lore? — domandò il professor Rauchen.

— Eh, ne giudichi lei. È un’altra storia de’ Banchi, ed autentica, perchè vivono ancora gli attori.

— Sentiamo.

— Ecco qua. Le presento anzitutto il signor Pietro, di cui sopprimo il casato, ma non le doti eccellenti, di negoziante e di cittadino. Il signor Pietro era nel suo banco di granaiuolo, al pianterreno di quel gran palazzo che forma tutto un fianco della via al Ponte Reale, avendo il vico Denegri da un lato e Sottoripa dall’altro. Nel banco del signor Pietro usavano a ore bruciate parecchi amici, tutta gente d’affari, e qualche volta mi ci trovavo anch’io, che cogli affari ho sempre avuto guerra a coltello. Ora ecco che un giorno il signor Pietro, mentre noi eravamo seduti sui suoi divani verdi, riceve una lettera, che lo fa dare nei lumi. — «Che cosa avete?» gli domanda il signor Michele, un valentuomo, allora deputato al Parlamento, poi senatore del Regno, persona di garbo e che sa ridere alle sue ore come il primo venuto. «Cattive notizie?» — «Ma... quasi....» risponde il signor Pietro.... «C’è qui quel diavolo di mio figlio, che vorrei ritirare dal collegio, e che mi scrive di volerci restare dell’altro, per fare almeno un anno di filosofia. Lo sa lei, onorevole, che roba è la filosofia?» — «Non ne dite male, Pietro» replica il signor Michele, ripulendosi tranquillamente fra le dita i suoi occhiali d’oro. «È l’arte d’imbrogliare il prossimo». — «Davvero?» grida il sor Pietro. «Ed io che non la conoscevo! Quand’è così, gli scrivo caldo caldo che ne faccia almeno un paio d’annetti.» — Com’ella vede, professor Rauchen, questa è di Banchi, e fa ridere tutto Banchi. Nella loggetta del sor Pietro la sentì ricordare un giorno un celebre uomo politico, l’onorevole Depretis; e la portò perfino alla Camera, dove in una di quelle sedute stracche, in cui si fa volentieri la burletta, gli scappò detto dal banco dei ministri: «eh, qui ci vuol filosofia, ma di quella del sor Pietro; non è vero, onorevole Casaretto?»