L’imperatore ascoltò, poi diede fuori un editto:
«Ben presto il filugello, onore della nostra dinastia, non basterà più a dar cascami, nè il bambù a dar fiori, quanto basti alla fabbricazione della carta. Similmente, non daranno tanto midollo le piante dell’ho-hiang e del kang-sung, nè tanta corteccia l’arbusto sciuhia-tsaoko, nè tanto succo lo zenzero, quanto basti alla distillazione dell’inchiostro. Popolo avvisato, mezzo salvato. D’ordine dell’imperatore si smetta l’usanza dei biglietti di visita.»
Un grido d’angoscia si levò da tutte le quindici provincie dell’Impero di mezzo.
— Figlio del cielo, — gridarono i mercanti di carta, — tu rovini con un editto la più fiorente tra le industrie cinesi. —
Ma l’imperatore non diè retta alle lagnanze dei mercanti di carta. Khi-hoang-ti pensava al bene del popolo, e non isfuggiva alla sua perspicacia che la salute del popolo è legge suprema di un impero ben costituito. Del resto, una industria nata il giorno innanzi poteva morire il giorno dopo, senza troppo grave nocumento alle turbe.
Allora si mossero i letterati, cioè a dire tutti coloro che vivevano pennelleggiando i caratteri. Costoro, mal consigliati, si avvisarono di congiurare per il rovesciamento della dinastia degli Han. Egli fu allora, che Khi-hoang-ti, pronto come la folgore, aggravò la sua mano imperiale sulla classe ribelle. E tanto per cominciare, ne fece seppellir vivi quattrocento sessanta, sotto i mucchi di cartoncini che essi avevano pennelleggiati.
V.
Si dubitò per un tratto nel celeste impero che la razza dei letterati fosse sul punto di spegnersi. Ma non ne fu nulla: i letterati hanno l’anima dura, molto più dei bottoni. Del resto, sono essi la gloria degli imperi; l’Eminenza del cielo, Tien-tan, si accorda con l’Eminenza della terra, Ti-tan, per non lasciarne sparire la semenza.
Altri ha voluto (e se n’ha traccia nel «Pe-kuei-zi», ossia Tavoletta di diaspro giallo), che la giustizia sommaria di Khi-hoang-ti mirasse a colpire un ignoto, il quale aveva osato di scrivere in un biglietto di visita una dichiarazione d’amore, in versi, alla consorte del Figlio del cielo: delitto punito colla morte, come ogni altro di lesa maestà. Ma la cosa non ha ombra di probabilità. Se pure la dichiarazione d’amore fosse stata scritta da un letterato imprudente, come avrebbe potuto esser veduta e letta, fra cento cinquanta milioni di biglietti di visita, andati a far muro e spalto intorno ai palazzi imperiali?
È opinione generale che con quella giustizia sommaria l’Imperatore Khi-hoang-ti abbia preservato da un grande flagello il suo popolo. E la Storia della carta a fiori d’oro molto opportunamente cita a questo proposito gli armoniosissimi versi di Kon-fu-tse: