— Che morire! chinino, chinino, chinino, e tutto andrà bene. Siamo già calati di tre linee. —

Ah, quelle linee, come erano lente a decrescere! E quella fuliggine che involgeva tutte le cose, che morte! Manco male di giorno, con la luce imperiosa del sole, coll’andare e il venire delle persone di casa, con tutti i piccoli fatti della giornata domestica, che richiamavano qual più qual meno alle consuetudini della vita quotidiana. Ma di notte, con tante ombre addensate d’ogni parte; con tanti rumori strani, fatti a bella posta, per condurre il raziocinio fuori di strada; senza punti fissi a cui aggrapparmi; e tutta un’altra logica di eventi, con tutta un’altra concatenazione d’idee!...

Tra gli episodi più stravaganti noterò il cane nero. Oh, un bel cane danese, dal pelo corto e lucente, che lasciava scorgere nel loro giusto rilievo le forane tutte dell’animale, la basaltica rigidità dei contorni, le ferree curve dei tendini, il bronzeo risalto dei muscoli. Doveva essere giovanissimo; lo dimostravano tale i suoi zamponi enormi, sproporzionati alla sottigliezza delle gambe; lo dimostrava quel muso, lungo quanto il collo, e quello squarcio di fauci, che nell’aprirsi pareva la bocca di un forno, quando incomincia ad arrossarlo la fiamma: lo dimostrava sopra tutto la smania amorosa del carezzare ad ogni costo. Che carezze, mio Dio! Non parlo di quelle zampe enormi, levate ad ogni tratto per benedirmi, ed anche per cavarmi gli occhi: dirò invece di quelle fauci aperte, che sotto colore di leccarmi la mano, me la ingoiarono in un batter d’occhio, amorosissimamente. «Azor, basta! Fedor, lascia andare!» gridavo io sentendo il solletico. Ma ben presto mi parve che quella brevità di nomi non fosse più in proporzione col crescere dell’animale affettuoso e vorace. «Belfegor, fermo! Almanzor, per tutti i diavoli!... Nabucodonosor!...» Ma sì, a farlo smettere con le buone parole! Seguitava imperterrito a mangiare, l’amorosissimo cane; inghiottiva, inghiottiva gradatamente il radio, l’ulna, il gomito, l’omero, l’articolazione e tutto l’apparato muscolare della spalla.... E perchè poi? Me ne avvidi finalmente: per giungere coi denti alla mia caramella, innocentissima caramella di cristallo, pendente dal suo cordoncino di seta sul petto.

— Ah, figlio d’un cane, e cane tu stesso, perchè non dirlo prima? —

Così dicendo, presi la caramella e la feci ballonzolare in aria, sugli occhi e sul naso di Nabucodonosor; il quale, bontà sua, tralasciò di mangiare, ed io ne approfittai subito per tirar fuori la spalla, l’omero, il radio e tutto il rimanente. La caramella volteggiava sempre sugli occhi dell’animale inuzzolito. «Ah, bene» dicevo intanto fra me, «ecco la mano, ecco le dita, non ci manca più nulla! A te, Almanzor, prendi la caramella; se essa può formare la tua felicità, io son ben lieto di regalartela.» Belfegor non se lo fece dire due volte; abboccò la caramella, e spiccò un salto dalla contentezza. Ma io, con quel braccio mangiucchiato e quella manica sbrodolata, come potevo andare in società! Perchè infatti, non ero mica ammalato. Che! anzi ero in falda, con la cravatta bianca e con un petto fiammante di porcellana, per andare in conversazione dalla marchesa Olgiati; una signora a cui domando perdono di averla citata, se ella esiste davvero. Ero in falda, vi ripeto.... Ma come andare dalla marchesa, con quella manica stazzonata, unta e bavosa? Una buona ripulita, sì, ed anche due colpi di ferro caldo, avrebbero potuto rimetterla in sesto. Ma.... e il polsino della camicia?... E la caramella? la fida caramella, senza la quale, a dieci passi di distanza, non distinguo più una donna da un prete? Mi vedevo già nel salotto della marchesa, impacciato come un pulcino nella stoppa, disposto a vedere in tutte le più vecchie dame la padrona di casa.... ed anche a sentir ridere e bisbigliare dietro i ventagli una dozzina di Aristofani in gonnella. Ah, la mia caramella, amor mio dolce e dei miei caricaturisti! Era laggiù, la mia caramella, anzi lassù, piantata nell’occhiaia destra del cane danese; il quale, per non avermela a restituire, era andato a collocarsi in atteggiamento monumentale sopra una mensola di giallo di Spagna, alta, alta, così alta, che le mie mani non giungevano ad afferrare la lastra.

Omaggio ai tempi e a tutte le gravi cure che portano con sè, non mancò neppure il mio modesto contributo alle feste colombiane. Avevo una melarancia sul comodino, e la guardavo cupidamente con la coda dell’occhio. La melarancia si avvicinò a me, o io a lei? Comunque sia, ci unimmo; ella s’ingrossò in me, io mi raggomitolai in essa, e non fummo a breve andare che una cosa sola. Venne allora un cavalierino e mi prese fra le dita nervose. Che cosa voleva egli fare di me? Appena m’ebbe nel pugno, scavalcò un davanzale, e si mise a passeggiare sopra un trave sporgente fuor della casa. Ma che casa? Eravamo all’ultimo piano d’una torre, che riconobbi benissimo per la Giralda, la gran torre della cattedrale di Siviglia. Povero a me! stavo nel pugno del più matto tra i cavalieri d’Andalusia; di Alonzo d’Ojeda, niente di meno. E andava, il cavaliere, andava con passo misurato e sicuro sul trave sporgente, mostrandomi alle turbe, affollate sulla piazza, cento metri più sotto. «Don Alonzo, per carità, non facciamo sciocchezze! Che stravaganze son queste! Il valore è una bella cosa, ma non s’ha mica da dimostrare in queste prove da mattaccini! Vi prego, don Alonzo mio bello, torniamo indietro, e voglia il cielo che questo trave non sia fracido per tante stagioni di pioggia, nè lavorato da dieci, da venti, da trenta generazioni di tarli. Don Alonzo, per carità!...»

E infatti, il trave incominciava a cantare, a gemere, a scricchiolare sotto i piedi del matto cavaliere. Siam fritti, pensai. E gli occhi mi corsero al basso, e mi parve di vedere i gesti di terrore della folla. Tra tutti, avendomi forse riconosciuto, pareva singolarmente commosso il maestro Antonelli!... Ma che significa ciò? Non sarei io dunque a Siviglia, sulla Giralda? a Bologna, invece, e sulla Garisenda? No, no, è stato uno sbaglio; effetto del non avere la mia caramella all’occhio. Non era il maestro Antonelli; era il conte d’Almaviva, o Esteban Murillo, o Antonio del Rincon, altre mie vecchie conoscenze di Spagna. Ah, ecco, se Dio vuole, don Alonzo d’Ojeda è ritornato indietro; scavalca il davanzale del finestrone; è dentro, oramai, e con atto grazioso getta la sua melarancia in grembo alla regina Isabella di Castiglia, che ammirata, ma anche più esterrefatta, contemplava la scena. Povera signora! Al tonfo della melarancia, che pesava i suoi (anzi miei) ottantasette chilogrammi compiti, ella non mise un grido, bensì diede il suono secco di qualche cosa che si crepi. Povera signora! Vedrete che per le feste colombiane non servirà più neanche lei!

Quanto a me, non avevo più sugo. Rimbalzato dal grembo della virtuosa regina, andavo, andavo ruzzolando giù per le scale della Giralda, cercando.... cercando che cosa? il nesso logico, ahimè, il nesso logico miseramente perduto. Che triste cosa, perdere il nesso logico! E come ritrovarlo? Io l’ho chiesto per cinque giorni, per otto, per dieci, senza ritrovarlo mai, su nessuna lastra di specchio, su nessun filo di rasoio. Il medico dice che è effetto di debolezza. Ma quanto durerà questa debolezza? Eccomi al quattordicesimo giorno delle mie ricerche. Mi pare qualche volta di averlo trovato, e di tenerlo chiuso in una scatoletta di cartone, tra due falde di bambagia.... Povero nesso logico! Purchè Alonzo d’Ojeda non me lo scaraventi in piazza! Purchè Nabucodonosor non me lo abbocchi, come ha abboccata la mia caramella! purchè non mi ruzzoli giù dalla montagna nell’abisso, tra le schiume del mare in tempesta!

Quattordici giorni d’influenza! E non son riuscito ad afferrare un portafoglio. Che razza d’influenza è mai questa, dove non c’è niente da guadagnare e tutto da perdere? Aggiungete che ho perduto per fino.... Ma no, questo va detto con una certa solennità di discorso. Annunziate, vi prego, al ministro del tesoro, ma con garbo, veh! che l’anno 1892 si chiuderà per fatto mio con un disavanzo di L. 576,46. Ed ecco in che modo. Un pacco di dieci sigari Virginia che buttavo regolarmente l’un dopo l’altro, perchè non tiravano, ma che comperavo regolarmente ogni giorno al prezzo di L. 1,20, moltiplicato per tutti i giorni dell’anno, che è bisestile, dà una somma di L. 439,20. Aggiungete ogni due giorni un mezzo ettogrammo di trinciato superiore forte, che mi si polverizzava regolarmente tra le dita e che regolarmente passavo al mio portinaio per tabacco da naso; donde l’annua spesa di L. 137,25. Tirate la somma; avrete un totale di L. 576,45. L’ho guadagnato io, in quattordici giorni d’influenza, avendo smesso di fumare. Ma lo ha perduto l’erario. È questo il mio caso; uno dei soliti, come diceva il dottore. Auguro che sia unico, per la gravità degli effetti.